Centri per l'impiego, da Torino l'allarme al governo: senza investimenti non c'è futuro

Ogni mattina al Centro per l’impiego di via Bologna, nella periferia nord di Torino, c’è una fila lunghissima di persone che aspettano. Donne, uomini, giovani e meno giovani, italiani e stranieri. Ognuno con la propria storia alle spalle e un obiettivo comune: trovare un lavoro. Purtroppo, attraverso questi uffici pubblici che dipendono dalla Regione ma sono gestiti dalle Province, ci riusciranno in pochi. La colpa è soprattutto dell'enorme divario tra domanda e offerta di lavoro, ma non solo. La scarsa efficienza - che qualcuno bolla già come fallimento - dei Centri per l’impiego ha radici più profonde. 

Nel 1949, con la legge 264, in Italia nascono gli uffici di collocamento pubblici, predecessori dei centri per l’impiego
. Il funzionamento è semplice: chi cerca un lavoro s’iscrive nelle apposite liste, mentre chi lo offre presenta la cosiddetta “richiesta di avviamento”, con il numero e le caratteristiche dei profili desiderati. La chiamata è numerica e chi trova lavoro è cancellato dalla graduatoria, per poi tornarci una volta terminato l’impiego. La grande rivoluzione avviene nel 1997,
con il decreto legislativo 469 che sancisce la fine del monopolio pubblico e l’apertura ai privati all’attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro, in ritardo di qualche anno rispetto ad altri paesi europei (nel 1993 in Svezia, un anno dopo in Germania). Nascono così i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro; quest'ultime, con la successiva legge Biagi, aumentano le loro funzioni, arrivando a svolgere attività di intermediazione, ricerca e selezione del personale e fornendo supporto alla ricollocazione professionale.

Un sistema riformato, ma che continua a funzionare male, soprattutto a causa degli scarsi investimenti dei governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. Il risultato è che oggi il sistema italiano dei servizi per il lavoro è il meno finanziato e sostenuto d’Europa: secondo i dati Eurostat ripresi dal ministero del Lavoro, la spesa media annua francese in servizi per ogni persona che cerca lavoro è di 1500 euro, quella tedesca di 1700 euro, quella italiana di 74 euro. Nel nostro paese c'è un orientatore ogni 300 disoccupati, in Germania uno ogni 40 e in Francia uno ogni 30. In sostanza, abbiamo investito dieci volte meno la media europea. E ancora: nel 2013 la spesa per servizi e politiche attive del lavoro è stata all'incirca del 20% sul totale delle risorse nazionali destinate alle politiche del lavoro, rispetto alla media europea che è intorno al 45%. Un sistema ancora di tipo assistenziale, se si considera che nel 2013, su 30 miliardi di euro, circa 20 sono stati destinati a trattamenti di disoccupazione e 6 a sgravi o incentivi alle imprese

«Investiamo poco e male» conferma ad Articolo 36 Carlo Chiama, assessore al Lavoro della Provincia di Torino: «basti pensare che in Italia, tra orientatori e operatori, lavorano in 7-8 mila, in Germania 90 mila e in Francia 70 mila. È impossibile andare avanti con questi numeri. I servizi di qualità hanno bisogno di finanziamenti, senza soldi c’è poco da discutere». In provincia di Torino operano 15 centri per l'impiego, dove lavorano un po' più di 200 dipendenti. Soltanto a Torino gli iscritti, più donne che uomini, sono circa 200mila, la maggior parte di età compresa tra i 35 e i 44 anni. 

«Non dimentichiamo poi la falsa credenza secondo cui il Centro per l’impiego debba trovare a tutti i costi un lavoro» conclude Chiama. In che senso “credenza”? I centri per l'impiego non servono a trovare alla gente un impiego? «Il nostro compito principale è fornire supporto nella ricerca del lavoro, ma poi le persone si muovono autonomamente» conferma Cristina Romagnolli, responsabile dei Centri per l’impiego della Provincia di Torino. «Facciamo tutto il possibile per fare incontrare domanda e offerta, ma c’è davvero poca richiesta e i disoccupati continuano ad aumentare. Nel 2013, nel nostro territorio di riferimento, circa 40 mila persone hanno terminato un rapporto di lavoro e sono rientrati nello status di disoccupazione: nel 2012 erano 20mila, quindi il numero è raddoppiato. Leggo spesso che i Centri per l'impiego intermedierebbero non più del 3% dei contratti di lavoro, ma sono numeri discutibili, anche perché capita spesso di operare insieme al privato, preselezionando profili che poi forniamo alle agenzie. In questo modo otteniamo dei risultati, poco importa chi c'è riuscito. Non ha senso la corsa tra operatori del mercato del lavoro fondata sul tentativo di dimostrare chi intermedia di più, semmai la vera questione è il coordinamento della rete dei servizi».

I pochi investimenti sulle politiche del lavoro sono una ragione più che valida per spiegare la debolezza dei Centri per l'impiego. Detto ciò, le cose potrebbero funzionare meglio, ad esempio informatizzando alcuni servizi essenziali come la richiesta del fantomatico "certificato di disoccupazione". A Torino c'è la possibilità di ottenere l'autocertificazione (perché di questo si tratta) via email, saltando la fila, ma non tutti gli uffici hanno attivato questo servizio.

Succede poi che ogni Centro, anche all’interno dello stesso territorio, porti avanti i suoi progetti, più o meno riusciti, senza seguire un percorso unitario che servirebbe a semplificare le cose. «Nel 2009 abbiamo attivato lo sportello "Alta professionalità e grandi clienti" che sta decisamente funzionando» aggiunge Romagnolli «attraverso il quale intercettiamo e selezioniamo figure tecnico-specialistiche che mettiamo in contatto con aziende medio-grandi. Dal 1° gennaio al 30 giugno 2014 abbiamo collocato 992 persone, un ottimo risultato. Un'altra iniziativa è l'apertura del lunedì dedicata ai giovani under 30, con servizi erogati ad hoc: ne sono arrivati più di 8 mila». Poi ci sono le relazioni con le amministrazioni del territorio: se un Comune intercetta un'azienda che vuole espandersi, il Centro per l'impiego compie una preselezione fra i lavoratori che risiedono in quel territorio. «Purtroppo le aziende medio-piccole non si rivolgono spesso ai nostri uffici» spiega la dirigente «preferiscono il passaparola, un'abitudine tutta italiana». 

Con la dismissione delle Province, transitoriamente, l'organizzazione dei Centri per l'impiego passerà alle Città metropolitane. All'orizzonte, però, potrebbero esserci novità più importanti. All'interno del Jobs act che il governo Renzi sta definendo proprio in questi giorni, ad esempio, ci sarebbe l'intenzione di creare una grande agenzia nazionale dei servizi per l'impiego. «Non so che tipo di scelta farà l'esecutivo, ma è ora di investire sul lavoro» conclude Romagnolli «Per troppo tempo questo settore è stato considerato poco e male. Servono operatori specializzati per ogni servizio, la gente che cerca lavoro aumenta né noi né il privato abbiamo la bacchetta magica».

 

 

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