Università, la proposta dei ricercatori Adi: «Abolite gli assegni di ricerca»

Professori praticamente mai: le speranze di arrivare al traguardo, per i "giovani" - le virgolette sono d'obbligo, visto che si parla anche di quarantenni - che lavorano all'interno delle università e in particolare per chi è assegnista di ricerca, sono minime. Molto difficile è infatti passare dal primo step della vita del ricercatore, quello dell'incarico di indagare su un tema di interesse scientifico, alle fasi successive dei contratti a tempo determinato a due livelli, a o b (l'indeterminato è stato abolito dalla riforma Gelmini). Secondo i calcoli dell'Adi, associazione dottorandi di ricerca, ci riesce appena un risicato 3% di quei 15mila assegnisti recensiti nel 2013 in tutto il paese. Se si conta che in questo momento i titolari di contratti di ricerca in scadenza non superano le 2mila unità («forse 2500» ipotizza Antonio Bonatesta, segretario Adi), si fa presto a capire che il numero è destinato a contrarsi ulteriormente. Ed è probabile, lo lasciano intuire le dichiarazioni di Bonatesta raccolte dalla Repubblica degli Stagisti, che con il tempo la figura del ricercatore si indebolisca sempre più, con conseguente chiusura di atenei e corsi di laurea: «È questo l'obiettivo politico».

Il problema del settore non è tanto - o solo - la retribuzione da fame: dietro la fuga all'estero dei migliori cervelli italiani c'è soprattutto l'assenza di concrete prospettive di carriera. «Esiste una specie di cursus honorum che noi chiamiamo via crucis» scherza il segretario, composto sostanzialmente da quattro passaggi: dopo il dottorato, con o senza borsa di studio (con cifre intorno ai mille euro mensili per i più fortunati), nella migliore delle ipotesi ci si aggiudica un assegno di ricerca, con importi tendenzialmente sempre al di sotto dei 1500 euro mensili. L'assegno è annuale e rinnovabile per quattro anni.

In mezzo, una giungla di figure ancora più precarie, che non valgono neppure per arricchire il curriculum: quelle di chi fa ricerca a titolo gratuito per una cattedra («ci siamo passati tutti per sei mesi o un anno»), o dei borsisti e collaboratori, ovvero quelli che - forti di un piccolo contratto post laurea di qualche mese - «collaborano a programmi di ricerca». Un insieme folto, perché nel 2013 erano circa un terzo del personale non strutturato impegnato in attività di ricerca: 8mila collaboratori e 500 borsisti su circa 24mila, secondo il rapporto Anvur 2014. E sopratutto un insieme segnato dall'inizio dalla mancanza di sbocchi: questi ricercatori in erba sono fuori dal sistema, non sono parte di quel 'cursus honorum', ma solo «un esercito di riserva di precari completamente flessibile e sostituibile», come riassume il rappresentante Adi.

Oggi dunque già ottenere un assegno di ricerca rappresenta un passaggio importante - sempre che poi non si venga espulsi dal sistema, come accade per la quasi totalità degli assegnisti («il 97%» ribadisce Bonatesta). Alla conclusione del periodo di assegno potrebbe infatti capitare la fortuna di firmare un contratto a tempo determinato, prima il cosiddetto RTDa e poi - se va bene - l'RTDb. Senza garanzie, però.

Nella maggior parte dei casi invece l'ex assegnista si ritrova fuori dal mondo accademico
, a dover ricominciare «occupandosi di tutt'altro», spesso buttando via gli anni passati sui libri. Una situazione che colpisce non giovani freschi di laurea, ma «persone intorno ai quarant'anni e anche oltre». Per chi intraprende la carriera accademica la gavetta «dura almeno dodici anni: tra dottorato, assegno di ricerca e contratti a tempo determinato a loro volta rinnovabili di tre anni». L'identikit del «giovane ricercatore precario» è quello di uno studioso che ha «dai 30 ai 45 anni», e per cui il percorso verso una cattedra che non arriva quasi mai può oltretutto interrompersi in qualunque momento. Il turnover è peraltro praticamente bloccato: «È al 50%, se vanno in pensione dieci professori, ne entrano in cambio cinque». Dulcis in fundo, non è escluso che, dopo l'abilitazione professionale e il concorso, si resti nel perenne limbo dell'attesa che un'università apra il reclutamento.

Eppure, in un quadro così degradante, a detta dell'Adi una soluzione ci sarebbe: superare la figura dell'assegnista di ricerca, semplificando tutte le figure intermedie compresi borsisti e collaboratori e introducendo al loro posto un contratto da «professore junior che contenga in sé la clausola tenure track», al momento già parte dell'infatti ambitissimo RTDb. Un modello statunitense: al ricercatore si dà la certezza di un futura assunzione come professore, ma alla condizione che il suo iter sia considerato qualificato e si guadagni un feedback positivo dalla comunità scientifica. Insomma una clausola di meritocrazia. Che potrebbe funzionare anche da antidoto al familismo, come chiarisce un dottorando alla Luiss: «Non è possibile, realisticamente, eliminare la cooptazione dal sistema di reclutamento delle università: è normale che un professore coinvolga nel suo progetto persone che conosce e stima». Ciò che serve è «il criterio del merito nella selezione, di cui devono essere responsabili soggetti terzi, magari le aziende».

Il governo, con la legge di Stabilità, sta invece imboccando un'altra direzione. «Quello che viene presentato come un provvedimento per la ripresa del reclutamento dei giovani ricercatori è in realtà creazione di nuovo precariato, pagato con nuove rinunce sul versante delle garanzie di stabilizzazione» si legge nel comunicato Adi lanciato nel giorno di protesta a suon di flashmob in tutta Italia e rimbalzato sui social con l'hashtag #finoaquando?

Il decreto punta al recupero dell'organico dei ricercatori a tempo determinato di tipo 'a' cessati nell'anno precedente. «Una soluzione fittizia» è la critica dell'Adi, «perché i primi contingenti di RTDa termineranno il loro percorso solo nel 2016-17, l'effetto sarà differito» e riferito solo a quelle «tre regioni che nel 2013 detenevano da sole il 50% dei posti a bando, a fronte di moltissime altre che non hanno potuto farlo». Ma soprattutto aumenterà il precariato investendo sulla tipologia contrattuale meno garantita.

Il contesto descritto non deve però spostare l'attenzione dalla questione centrale, che restano le risorse. Altrimenti ci ritroviamo «a fare riforme con le briciole» sintetizza Bonatesta. L'attacco dell'Adi è in particolare allo stanziamento da 150 milioni per la quota premiale (salito dal 13 al 18%), regalo per gli atenei migliori con cui si promuovono «meccanismi di finanziamento profondamente discriminatori»: l'Adi denuncia anche la poca chiarezza nei criteri di selezione, accusando il governo di voler «smantellare il sistema accademico nazionale mantenendo solo pochi nuclei autoproclamatasi di eccellenza». È davvero opportuno, chiede sarcasticamente l'associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, «fondare il funzionamento di gran parte del sistema accademico sul lavoro precario, privo di aspettative e colpito tanto nei progetti di vita quanto nella libertà stessa della ricerca?». Quando invece questi stessi ricercatori, se adeguatamente tutelati, potrebbero innescare il motore della ripresa economica?


Ilaria Mariotti 

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