Categoria: Storie

Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Elena Bovolenta e la biblioteca della Venice International University

Ho preso la laurea triennale in Lettere a Bologna nel 2007. Come molti, ho fatto tantissimi lavori per potermi mantenere all’università: cameriera, telefonista,  hostess ai congressi, educatrice ai centri estivi. Appena laureata ho cominciato uno stage di sei mesi in una piccola emittente radiofonica locale, dove scrivevo testi per pubblicità. Fortunatamente era retribuito con un rimborso spese di 700 euro al mese… Ma intendiamoci: io lavoravo otto ore al giorno, non mancavo mai e per me era un lavoro vero e proprio. Anzi, a dire il vero inizialmente mi era stato proposto come lavoro, non come tirocinio: poi si sa come vanno le cose, parlando con il proprio commercialista a volte un'azienda scopre delle possibili modalità di "assunzione esentasse" – poco importa se il riciclo del personale (anche bravo, può succedere!) deve poi essere continuo…E comunque, il lavoro alla radio non realizzava pienamente le mie attitudini. Per una serie di circostanze fortunate, esattamente alla fine di quello stage ricevetti una proposta da Veneto Lavoro, a cui avevo inviato un cv seguendo il link dal sito della Regione Veneto. Venni contattata per uno stage di sei mesi alla Venice International University, un consorzio di università straniere situato su una piccolissima isola della laguna, San Servolo. Ero entusiasta, ma anche spaventata: accettare avrebbe significato, per me che provengo da un paesino della provincia di Rovigo, un trasferimento (affitto, spese, ecc.) con un sostegno di 400 euro mensili. Decisione difficile da prendere, ma l’istinto diceva che era l’occasione giusta, così accettai – grazie anche all’ennesimo sacrificio di una famiglia fantastica che ha sempre scelto di appoggiarmi e aiutarmi in questi mesi. Venezia è una città difficile, io non la conoscevo per nulla, non sapevo come muovermi e arrivare in pieno inverno con acqua alta, freddo, pioggia e tutto grigio non aiutò di certo... Poi pian piano tutto iniziò ad avere un senso. VIU è un ambiente giovane, coi colleghi ho instaurato un bellissimo rapporto, le mie idee per migliorare la biblioteca sono state accolte con entusiasmo e a poco a poco ho iniziato ad abituarmi ai vaporetti, ai labirinti, all’acqua alta e rilassandomi ho imparato a provare la magia che solo  questa città riesce a trasmettere.Lo stage è durato sei mesi, dal gennaio al luglio del 2008. Le mie mansioni erano gestire la biblioteca e affiancare la responsabile del front office. Ho imparato molte cose indispensabili per qualsiasi lavoro impiegatizio di amministrazione: gestione di documenti, utilizzo del pc, ma soprattutto opportunità di migliorare la conoscenza dell’inglese, lingua franca in un ente che ospita in media duecento studenti all’anno, provenienti da varie parti del mondo. Per quanto riguarda la biblioteca, ho potuto avvicinarmi per la prima volta in maniera pratica alla catalogazione di libri e di materiale multimediale, alla gestione del prestito e soprattutto ho potuto sviluppare un progetto ideato proprio durante il periodo di stage. VIU mi ha dato infatti la possibilità di cercare un software più adeguato alle esigenze della sua piccola biblioteca che però possiede un particolarissimo patrimonio di libri – circa 4mila volumi – tutti in lingua inglese. Da questa idea è scaturito un contratto a progetto di un anno. Un’occasione per mettermi in gioco e per avere il tempo di realizzare qualcosa a cui tengo: al giorno d’oggi è forse quanto di meglio una giovane laureata in lettere possa aspettarsi come inizio, no? Devi abbassare il tiro, essere umile, crearti aspettative che durino il tempo di un contratto e prendere tutto ciò che questa condizione ti può offrire, il buono e il meno buono.  Ovviamente lo stipendio è appena sufficiente a coprire le spese, soprattutto in una città come Venezia dove tutto ha prezzi alti. Non ce la faccio da sola: i miei genitori mi “coprono le spalle” perché alcuni mesi me la cavo, altri devo chiedere “l’aiuto a casa” – ma sono convinta di voler arrivare fino in fondo.È difficile descrivere in breve i sogni, le speranze, le delusioni, le prospettive di una normale ragazza di ventott'anni. Il tirocinio è stata un’esperienza positiva e mi ha anche cambiato la vita: trasferirsi in una città nuova, iniziare un nuovo lavoro, riuscire a vivere con uno stipendio che non arriva ai mille euro non è sfida da poco! A parte questo però sono molto felice e mi ritengo fortunata. Ora, oltre a seguire il mio progetto, sono iscritta alla laurea magistrale in biblioteconomia. Il mio contratto scadrà alla fine di questo mese; da settembre dovrei averne un altro, di circa 11 mesi. Non durerà per sempre: io userò questo anno per guardarmi intorno, di sicuro però più forte di due anni fa e molto più sicura di me stessa e delle mie capacità.La mia è una di quelle storie che non vengono mai raccontate perché non ci sono particolari drammatici o episodi miracolosi, ma sono sicura che in molti si ritroveranno e capiranno cosa io abbia voluto trasmettere: semplicemente la voglia di una straordinaria quotidiana normalità, fatta di un lavoro che ti piace e per cui hai sudato, e tutto ciò che questo di conseguenza ti permette di realizzare.Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, vedi anche gli articoli:- «GoStage e GoTraining, le opportunità di stage promosse da Fondazione di Venezia e Veneto Lavoro»- «Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Aureliano Mostini, lo stage mi ha aperto la strada del lavoro»- «Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Claudia Girolametto, alla Corte dei conti tra magistrati e udienze»

Proroghe allo stage, maneggiare con cura: la durata massima non è un'opinione

Quanto può durare al massimo uno stage? Secondo la normativa di riferimento, il decreto ministeriale 142 del 1998, ci sono quattro casi di durata massima a seconda di chi è lo stagista. Il limite più breve è per gli studenti delle scuole superiori: per loro la durata massima è fissata a 4 mesi. Poi si passa a 6 mesi: questo è il limite per i disoccupati, gli allievi di scuole professionali o di corsi di formazione post-diploma o post-laurea. Il gradino successivo è quello più affollato: durata massima di 12 mesi per gli studenti universitari, i dottorandi e masterizzandi, i neolaureati, i soggetti svantaggiati. E infine 24 mesi per i disabili.Sì, ma c’è la proroga – dirà qualcuno. Attenzione: la proroga certamente può esserci, ma deve rientrare in quei limiti. La legge lo dice chiaramente: «Le eventuali proroghe del tirocinio sono ammesse entro i limiti massimi di durata indicati nel presente articolo». E se qualcuno cerca di stiracchiare il concetto, intendendo che è la durata della proroga che, a sua volta, deve rispettare i tempi massimi, prende una cantonata. Insomma, gli stage di 12 mesi non ammettono proroghe, quelli di 6 ammettono proroghe solo di 6, e così via.«A me invece è capitato che, dopo uno stage di un anno, l’impresa proponesse una proroga di altri 6 mesi» racconta Giulio, 23enne laureato in Biotecnologie mediche. Il tirocinio l’aveva fatto da studente, per la tesi di laurea, presso una piccola azienda – una quindicina di dipendenti – operante nel settore della diagnosi allergologica. Compiti complessi, gran mole di lavoro, e nemmeno un minimo di rimborso spese: ma lui aveva stretto i denti pensando alla tesi. Quando però l’azienda invece di fargli un contratto gli ha detto “Abbiamo ancora bisogno di te per finire il progetto, dai, resta altri 6 mesi in stage…” non ci ha visto più: anche perché per lui avrebbe significato dover posticipare la laurea. E così ha detto di no. Trovando poi poco dopo un’occasione migliore: uno stage con un buon rimborso spese – 600 euro per i primi tre mesi, 800 per gli altri tre – al termine del quale ha ottenuto un contratto di collaborazione.Insomma, più di 12 mesi in stage non si può stare. Nella stessa azienda, quantomeno.

Partire è un po' morire? Qualche volta, per i giovani italiani invece è l'unico modo per vivere

Andare, restare. Tanti giovani italiani si trovano di fronte a questa scelta. Alcuni preferiscono rimanere qui, accettando le magre offerte del mercato del lavoro italiano o impegnandosi per cambiare la situazione. Altri partono.Scrive la 29enne Matilde in una lettera a Beppe Severgnini pubblicata oggi su Italians: «A 24 anni mi sono laureata in economia a Roma con il massimo dei voti e lì è iniziata la mia avventura come stagista: ho totalizzato più di due anni di contratti di stage, in tre aziende diverse, a 300 euro al mese, lavorando accanto a incompetenti, dirigenti annoiati e anziani che guardandomi la scollatura mi chiedevano dove fosse il tasto per accendere il pc. Mentre loro si guadagnavo i loro 5 mila euro al mese» racconta amara la ragazza «io facevo le loro telefonate e scrivevo le loro email». Matilde a un certo punto si ribella, va all'estero e fa uno master. Ora vive e lavora a Parigi: con «un lavoro fantastico e uno stipendio che nessun mio coetaneo rimasto in patria si sognerebbe mai di guadagnare». E a tornare in Italia non ci pensa neppure.Matilde non è sola. Per le pagine della Repubblica degli Stagisti sono passati e passano tanti altri come lei, cervelli in fuga. Olimpia, 24enne volata in Olanda per afferrare un contratto da 37mila euro all'anno - quando qui in Italia continuavano a offrirle solo stage. Riccardo, a cui dopo un anno e mezzo di regolari contratti l'azienda propose di tornare a fare lo stagista e che oggi, a 26 anni, ha un bel tempo indeterminato in Germania che gli permette di mantenersi da solo e anche di affrontare serenamente il grande passo del matrimonio. Vito, vincitore del Master dei Talenti nel 2007, che dopo lo stage si sentì offrire un contratto da 2800 euro al mese e quindi decise di rimanersene in Finlandia invece che tornare in Italia a racimolare qualche contratto a progetto da milleurista.Sono i più bravi? Chissà. Sicuramente sono i più intraprendenti. Prendono in mano la loro vita e scappano da questa Italia che non sa offrire opportunità e retribuzioni adeguate alle loro competenze. Certo però non è accettabile che la situazione rimanga questa: dobbiamo lavorare, tutti, per invertire la tendenza. Per far venire a Matilde e a Riccardo e a Vito la voglia di tornare, con la loro grinta e la loro intelligenza e il loro bagaglio di esperienza.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»

Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Francesco Imberti, dalla Cina con amore (per il cibo italiano)

«Mi sono laureato in Agraria nell’estate del 2005, a ventiquattro anni. Durante l’università ho fatto l’animatore turistico e la pratica in studi tecnici agronomici; dopo ho lavorato per un periodo anche in università, come borsista. Ho scelto di partecipare al Master dei Talenti perchè da sempre ricerco esperienze all’estero – già all’università avevo fatto un Erasmus di 9 mesi a Siviglia, e poi avevo passato due mesi in Guatemala a raccogliere dati per la tesi di laurea sul costo di produzione del caffè. Per il MdT ero stato selezionato per due tirocini, quello Slow Food a Montpellier e quello dell’Istituto culinario italiano per stranieri a Shanghai: e subito, istintivamente, mi ha attirato maggiormente l’appeal del pianeta Cina rispetto alla vicina Francia… Sono arrivato quindi a Shanghai nell’aprile 2006 per partecipare alle attività di promozione dei prodotti enogastronomici italiani organizzati dall’Icif nell'ambito dell’anno dell’Italia in Cina 2006. L’attività principale dell’Icif è promuovere corsi di cucina italiana per professionisti stranieri e organizzare attività di promozione dei prodotti enogastronomici italiani; io davo una mano nel lavoro d'ufficio e nella gestione degli eventi, percependo dalla Fondazione CRT una borsa di studio di circa 2500 euro al mese. Al termine dello stage ho viaggiato un mese nel sud est asiatico e poi ho passato sei mesi a Pechino a studiare il mandarino; durante questo periodo ho svolto lavoretti saltuari – comunque stare lì non costava molto, spendevo 180 euro al mese di affitto e 50 euro al mese per i corsi. Sono tornato in Italia nell’estate del 2007, con un rocambolesco viaggio via terra passando per Mongolia, Siberia e prendendo poi il treno della ferrovia Transiberiana. Dopo due mesi come supplente alle scuole superiori, sono tornato in Cina a fare il restaurant manager di un ristorante italiano sull'isola di Hai Nan, nella Cina meridionale: lì guadagnavo 10mila rmb al mese (circa mille euro), più vitto e alloggio pagati. Sono dovuto tornare in Italia a giugno 2008 perchè il mio visto non era più rinnovabile: dopo i disordini del Tibet e con l’avvicinarsi delle Olimpiadi, c’era stato un giro di vite burocratico. Di nuovo in Italia, ho scoperto che stava per partire un master in ambito agroalimentare organizzato dalla Ferrero di Alba con l’università di Torino e mi sono iscritto. La mia speranza per il futuro? Che il prossimo lavoro mi permetta di unire la formazione accademica con quella linguistica e "di vita" che ho avuto parallelamente».Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche gli articoli:- Master dei Talenti CRT, Angelo Miglietta: «Quest'anno è stato boom di candidature: ecco perché»- Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Paola Laiolo, da Torino a Bruxelles inseguendo l'Europa- Master dei Talenti 2009, è boom di richieste per gli stage a 5 stelle

Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Paola Laiolo, da Torino a Bruxelles inseguendo l'Europa

«Ho 28 anni e sono originaria di Canelli, in provincia di Asti. Ho fatto Scienze internazionali e diplomatiche all’università di Torino: sognavo un lavoro che mi permettesse di viaggiare e di entrare a contatto con nuove culture. Mentre studiavo ho fatto i lavoretti più disparati: cameriera, hostess alle fiere, ripetizioni private, tutoraggio e assistenza in università. Ho fatto anche due esperienze all’estero: un paio di mesi a Londra presso una famiglia inglese come ‘au pair’ e un Erasmus di 8 mesi a Parigi. Dopo la laurea ho vinto un assegno dell’università di Torino come assistente presso il dipartimento di Economia, durato 3-4 mesi, durante i quali ho mandato decine di cv e fatto svariati colloqui... All’inizio non è stato facile!Il primo bando Master dei Talenti è stato pubblicato nel 2004, poco dopo la mia laurea: l’ho saputo attraverso Internet. Mi è sembrata subito una grande opportunità: erano disponibili alcune posizioni all’estero per cui era richiesto un profilo molto simile al mio, e, incredibile ma vero, erano ben remunerate. Mi sono candidata per il tirocinio presso la Regione Piemonte (6 mesi a Torino e 6 mesi a Bruxelles) e per quello presso Comune di Torino / Unioncamere Piemonte (rappresentanza di Bruxelles). Sono stata selezionata per il secondo.I primi tre mesi li ho passati al settore Relazioni internazionali del Comune, con l’obiettivo di mappare le esigenze e le problematiche in materia di finanziamenti europei. I successivi sei mesi sono stata all'ufficio di rappresentanza di Bruxelles di Unioncamere Piemonte, analizzando e monitorando le politiche comunitarie di interesse dei vari settori del Comune e raccogliendo informazioni per consentire una partecipazione tempestiva ai programmi di finanziamento dell’UE. Il tirocinio sarebbe dovuto durare nove mesi, ma l’ho interrotto prima della fine: ero stata presa all’ufficio Affari internazionali di Banca Intesa a Bruxelles, anche lì con uno stage retribuito circa 1400 euro. Ho avuto così l’opportunità – dopo l’esperienza nella pa – di lavorare nel privato e vedere come gli affari europei ed internazionali erano gestiti da una grande banca. Presso Banca Intesa a Bruxelles ho fatto i primi cinque mesi come stagista, poi ho avuto un contratto da un anno e successivamente un contratto a tempo indeterminato. Complessivamente, ho lavorato per loro tre anni e mezzo, durante i quali ho conseguito un master in Management alla Solvay Business School (durato 2 anni e svolto part-time).Nell'estate del 2008, una volta terminato il master, Banca Intesa (nel frattempo diventata Intesa Sanpaolo) mi ha proposto di trasferirmi a Milano presso la sede centrale del gruppo. Qui oggi sono project analyst e continuo ad occuparmi di affari europei: in particolare seguo i rapporti con le aziende clienti interessate ad accedere ai finanziamenti dell'Unione Europea per la ricerca e sviluppo e l'innovazione tecnologica. È un lavoro molto dinamico, che ha poco a che vedere con i ruoli bancari più tradizionali e che mi permette di viaggiare molto e di venire a contatto con alcune delle realtà imprenditoriali più innovative ed interessanti del panorama italiano.La scelta di tornare in Italia è stata dettata principalmente dall'opportunità lavorativa ed economica – aumento di posizione e stipendio! – ma anche dal desiderio di riavvicinarmi un po’ a casa dopo quattro anni di lontananza…».Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Occupati e ben pagati: ecco l'identikit di chi ha partecipato al Master dei Talenti della Fondazione CRTE anche altre storie di ex tirocinanti CRT:- Francesco Imberti, dalla Cina con amore (per il cibo italiano)- Chiara Santi, grazie alla CRT ho scoperto la sicurezza sul lavoro e me ne sono innamorata- Antongiuseppe Stissi, un ingegnere piemontese sul treno per Pechino- Nicola Rivella, un anno alla World Bank di Washington per studiare i paesi in via di sviluppo

Serena Carbone: una proposta al consiglio regionale per valorizzare davvero noi superstagisti

Serena ha bruciato le tappe: laureata col massimo dei voti in Lettere a soli 22 anni, finita la scuola di specializzazione in Storia dell’arte a Bologna tre anni dopo, oggi ha 27 anni ma non è certo una “neolaureata”.«Sono tornata due anni fa perché avevo avuto un contratto di un anno come catalogatore presso la Direzione regionale dei beni culturali e paesaggistici della Calabria. Guadagnavo circa 800 euro al mese. Non pensavo che sarei rimasta qui definitivamente, e invece… Per lavorare nel mio ambito al sud in teoria ci sarebbero molte occasioni: purtroppo sono misconosciute, e vengono talvolta gestite da persone poco competenti. Il patrimonio culturale qui è forte, noi potremmo davvero vivere di turismo e cultura: se questi elementi però venissero valorizzati e adattati all’oggi». Al Programma Stages è arrivata per caso: «Un amico mi ha detto, pochi giorni prima che scadesse il bando, che esisteva questo progetto. All’inizio ho subito pensato che mi sarebbe servito per il concorso per entrare al ministero dei beni culturali; così ho fatto richiesta». E ha vinto – però ora c’è un problema. «Pare che nessun ente purtroppo abbia fatto richiesta per uno storico dell’arte, a parte Marina di Gioiosa Jonica dove c’è una pinacoteca. Però chiaramente per me sarebbe molto disagevole arrivare tutti i giorni fino a lì [la cittadina è distante oltre 100 km da Reggio Calabria, ndr], quindi credo che se mi destinassero a quell’ente non potrei accettare!».Serena riflette poi sul futuro del Programma Stages: «È importante che sia chiaro che noi non dobbiamo dire grazie al consiglio regionale: ci siamo tutti laureati con 110, tra noi ci sono persone che hanno master e dottorati, andremo a dare un servizio alla regione, per dirla tutta: andremo a lavorare in questi enti. Abbiamo di fronte due anni, un periodo molto lungo: è importante che ognuno di noi venga messo in un ente dove possa davvero crescere professionalmente». E lancia una proposta: «Per non chiudere tutto il progetto allo scadere dei due anni, sarebbe bello che al termine degli stage il consiglio regionale bandisse un concorso per noi 500, e assumesse i migliori. In questo modo noi saremmo incentivati a lavorare meglio, daremmo il massimo in questi due anni, e alcuni potrebbero avere l’opportunità di ottenere un lavoro vero e proprio. Non dico tutti: magari i migliori cento. Così si valorizzerebbero davvero le risorse umane».Eleonora Voltolina

Francesco Luppino, l'ingegnere stagista

A tratteggiarne la biografia non sembra che Francesco abbia solo trent’anni. Laureato in Ingegneria civile, un master in ingegneria sismica, sposato e con un figlio di 15 mesi. «Nel 2005 ho aperto la partita Iva e ho cominciato a esercitare la libera professione. Però il mercato degli ingegneri in Calabria è inflazionato: mediamente non guadagno più di mille euro al mese».Ha fatto alcune scelte in controtendenza, Francesco, ed è disposto ad assumersene le conseguenze: «Ho voluto sposarmi giovane, e quindi ho avuto prima di altri l’esigenza di guadagnare. Oggi si bada sempre più alla carriera: sposarsi e soprattutto fare un figlio è stata una scommessa. Non solo per me ma anche per mia moglie, che si è laureata col massimo dei voti in Medicina e ora, anche con la maternità, sta portando avanti benissimo la specializzazione in Pediatria». In più Francesco ha scelto anche di restare a vivere nel suo paesino: «Avere vicino gli affetti e le amicizie, mantenere i miei impegni nel sociale e in parrocchia per me sono le cose più importanti. Questi vincoli che mi sono autoimposto forse mi hanno un po’ frenato: laureato a 24 anni con 110 e lode, se fossi andato in giro per l’Italia e fossi stato disponibile a trasferirmi certamente avrei trovato qualche azienda interessata ad assumermi. Ma non mi sarei sentito gratificato da un megastipendio, se per ottenerlo avessi dovuto allontanarmi da tutto ciò a cui tengo».Al bando Programma Stages ha partecipato principalmente perché prometteva meritocrazia: «Non ci sono stati margini per le solite raccomandazioni e i sotterfugi, una volta tanto». Francesco continuerà a lavorare come ingegnere anche da stagista: «Questo programma è compatibile con la mia professione, posso mantenere la mia partita Iva e continuare a esercitare. Lo stage dovrebbe tenerci impegnati circa 5-6 ore al giorno, quindi io a pranzo dovrei riuscire a tornare a casa, e dalle tre del pomeriggio alle otto di sera potrei continuare il mio lavoro. Poi certamente lavorerò di sabato e domenica. Certo questo è quasi un obbligo: gli 800 euro al mese del rimborso spese non mi basterebbero con la famiglia che ho!». Però quegli 800 euro diventano importanti per arrotondare, e non solo per lui: «Tutti quelli che partecipano al programma hanno bisogno di questi soldi. Anzi, se il rimborso anziché di mille euro fosse di 500, secondo me i 500 stagisti diventerebbero subito 50! Però sinceramente quando mi sono iscritto all’iniziativa non pensavo che avrei trovato gente di 35-36 anni, già così preparata e competente. E mi chiedo: dov’è il benessere tanto decantato se un avvocato trentasettenne, con proprietà di linguaggio e preparazione impeccabile, è accanto a me a fare lo stagista?».Perché, insomma, diciamolo: a trent’anni non è il massimo. «Io in effetti quando mi presento dico che sono un ingegnere libero professionista…» confida infine Francesco «…non certo uno stagista!». Eleonora Voltolina

Francesco Bonsinetto, dalla cattedra allo stage

Francesco è un professore universitario. Ha 32 anni e da quattro insegna Politiche urbane presso l’università di Reggio Calabria. Due anni fa ha concluso il suo dottorato di ricerca e oggi è anche presidente della sezione calabrese dell’associazione nazionale Dottorandi e dottori di ricerca. Alle spalle ha varie esperienze in Spagna: un Erasmus di un anno a Bilbao durante l’università, qualche mese a Madrid per scrivere la tesi, poi un altro anno – stavolta a Barcellona – durante il dottorato. Eppure anche lui è uno stagista – seppure «super» – del Programma Stages calabrese.Perché? «La mia docenza a contratto, a fronte di un impegno di 60 ore di lezioni frontali – a cui ovviamente si devono aggiungere gli esami e tutto il resto – mi frutta 800 euro lordi. Impossibile mantenersi con questa miseria. È così che l’università italiana porta i cervelli alla fuga, o li tiene ingabbiati nel “sistema Italia”. Io dovevo scegliere se fuggire all’estero o trovare una fonte di sostentamento esterna all’università. Ho aderito al Programma Stages con l’amaro in bocca».Francesco continuerà comunque ad insegnare anche quest’anno: «Il bando prevede incompatibilità solo con contratti a tempo indeterminato. Ci sono tantissimi altri partecipanti che, come me, oltre allo stage portano avanti altri lavori, contratti a progetto e così via».Francesco è un professore, dicevamo – e valuta con occhio severo l’organizzazione dei percorsi formativi di questi stage: «Il programma è iniziato a ottobre e prevedeva tre mesi di formazione. Solo che i percorsi avrebbero dovuto essere pensati ad hoc per ogni candidato in base al suo curriculum, e invece sono stati un sonoro fallimento». Ha pesato la questione dell’eterogeneità forse eccessiva del gruppo: «Il malumore cresce perché tutti siamo diversi per esperienze professionali e per curriculum, e quindi ci sono persone super-formate a fianco di neolaureati. Uno degli errori è stato proprio questo: metterci tutti insieme. A Reggio Calabria ci sono archeologi, filosofi, giuristi, addirittura un odontoiatra. E mi chiedo tra l’altro: che fine faranno l’archeologo e l’odontoiatra?».Sarà curioso scoprire a quale ente verranno destinati. Non manca molto: dopo il 25 gennaio il consiglio regionale dovrebbe procedere all’assegnazione di ciascuno stagista a un ente. «Ancora non sappiamo quali saranno i criteri che verranno utilizzati per smistarci» dice però Francesco «Né sappiamo in quali giorni dovremo andare, quali orari dovremo fare. Vedremo».Intanto, per fortuna, almeno hanno visto la prima tranche di rimborso spese: «Dopo una grande lotta, il 30 dicembre abbiamo ricevuto la prima bimestralità di 1350 euro netti, pari a meno di 700 euro al mese. Forse nei prossimi mesi ci daranno di più, hanno promesso di arrivare a 900 euro al mese. Ma quei mille di cui parlavano e continuano a parlare, quelli sono proprio un bluff».   Eleonora Voltolina

Pietro Canale, il commercialista stagista

Trentasei anni, laureato in Economia dal 1998, Pietro di professione fa il dottore commercialista nello studio che qualche anno fa ha aperto insieme a un un collega. Oggi e per i prossimi 24 mesi sarà un commercialista-stagista (e non è certo l’unico). «Ho deciso di aderire al Programma Stages» spiega «perché è compatibile con la mia professione. Non ho certo bisogno di “completare la mia formazione”, né punto ad essere contrattualizzato dall’ente ospitante; però per me è un’occasione buona per entrare in contatto con nuove realtà con cui magari potrò lavorare in futuro. E poi il mio guadagno attuale non è così brillante: 8-900 euro al mese in più mi daranno tranquillità e sicurezza».Ma come farà a conciliare uno stage a tempo pieno con l’impegno in studio? «Ora stiamo facendo i corsi di formazione, riesco a seguirli e contemporaneamente a lavorare. Quando cominceremo gli stage, si vedrà: non sappiamo ancora niente di preciso su dove verremo mandati e cosa ci verrà richiesto di fare – il livello di informazione è scarso, tutto è sempre organizzato in maniera informale. Comunque non credo che potranno chiederci di fare un tempo pieno».Secondo Pietro, ai superstagisti infatti il consiglio regionale finirà per dare grande autonomia rispetto all’impegno dello stage: «Per esempio nelle sedi disagiate, quelle a 150-200 km dal capoluogo, nessuno ci vuole andare e nessuno ci manderanno. E poi mi è stato detto» continua «che potremo fare richiesta per andare a fare esperienze altrove utilizzando il nostro rimborso mensile». Sarà vero? Lui ci spera: «A me interesserebbe frequentare una summer school alla London School of Economics».Da esperto di fisco, Pietro non manca poi di muovere una critica ai balzelli applicati al rimborso spese (i mille euro promessi saranno decurtati del 34%: 24,5% di Irpef, 8,5% di Irap, 1% di Inail): «In realtà l’Irap è un onere di riflesso a carico dell’amministrazione, ed è giusto che il consiglio regionale debba pagarlo: ma non è giusto che lo faccia ricadere su di noi! Poi c’è anche un problema di ordine contributivo: per due anni noi non saremo coperti da nessuna forma previdenziale. E ci sono almeno due ragazze incinte nel nostro gruppo: mi chiedo come si comporteranno con loro».Però alla fine, riflettendo sulla sua condizione di commercialista-stagista, ammette: «Andare a fare uno stage dopo 11 anni dalla laurea effettivamente è un controsenso. Modestia a parte, io sono dieci anni che lavoro!».

Stagisti in eterno, il momento di dire basta - la storia di Elena

Elena di stage non ne può più. A 27 anni ne sta facendo un altro, l'ennesimo: il quarto. E certo non si può dire che si sia svegliata tardi: il primo l'ha fatto a soli 17 anni, quando studiava Ragioneria alle superiori. Due mesi d'estate, tra il quarto e il quinto anno, in un'azienda del suo paese. Durante la triennale (facoltà di Scienze della Comunicazione) un altro stage, stavolta di tre mesi, nella biblioteca comunale: «Oltre al semplice prestito e restituzione dei libri» racconta «ho aiutato ad organizzare incontri con gli autori, facevo animazione ai bambini dell’asilo in visita alla biblioteca e aggiornavo il sito». Di rimborso spese, però, neanche parlarne. Altro giro, altra corsa: e durante la specialistica (per la quale Elena nel frattempo si è trasferita da Verona a Milano) ecco il terzo: tre mesi a fare l'ufficio stampa in un’agenzia di comunicazione. «Anche in questo caso non era previsto nessun rimborso, per mangiare mi portavo il pranzo da casa. Concluso lo stage, mi sono resa conto che questa agenzia continuava a prendere stagisti per poter avere un aiuto a costo zero». Elena non demorde, finisce l'università, ma una volta laureata si accorge che... l'unica prospettiva sembra essere, ancora una volta, lo stage. «Non ne posso più! Quest'ultimo che sto facendo ora, di sei mesi, l'ho trovato da sola cercando su Internet: però l'azienda ha chiesto di coinvolgere l'università per poter avere l'assicurazione. L'università mi ha proposto di aderire al Progetto Fixo, di cui io non avevo mai sentito parlare: in questo modo almeno percepisco 200 euro al mese. L'azienda invece non mi dà niente: né un rimborso spese per il viaggio, anche se ho 40 km per raggiungere il posto di lavoro, né per il pranzo. Avevo letto sul tuo blog che è importante svolgere gli stage mentre si studia» conclude: «È giusto. Però a volte, come nel mio caso, si rischia di continuare a fare stage anche dopo la laurea. Bisognerebbe mettere un limite». Il limite per ora, purtroppo, non c'è. Però ciascuno di noi, nel suo piccolo, può cercare di metterne uno: per esempio, trovando la forza di dire in sede di colloquio «Come vede, nel mio curriculum ci sono già tre stage. Non ho bisogno di altra "formazione": ora cerco un lavoro».