Categoria: Storie

Anna Colosio: la mia storia da stagista a (quasi) stilista, passando per agenzie di comunicazione e uffici stampa

Sono nata a Iseo nel 1983. Dopo il diploma al liceo scientifico ho capito che matematica e fisica non facevano per me: per l'università ho scelto la facoltà di Relazioni pubbliche e pubblicità dello Iulm di Milano. Sei mesi prima di laurearmi ho fatto la mia prima esperienza di stage in un'agenzia di comunicazione milanese. Lì ho imparato tanto: ho seguito le attività di comunicazione dei clienti dell’agenzia tra cui Agatha Ruiz de La Prada, Bric’s, Brema, Sergio Tacchini – ho imparato a scrivere comunicati stampa istituzionali e "di prodotto", mi sono rapportata con giornalisti e stylist per i servizi fotografici, ho svolto attività di pubbliche relazioni durante fiere, sfilate, presentazioni ed eventi speciali; ho preso parte alla gestione dello show-room… Questo stage non prevedeva un rimborso spese, ma ricevevo qualche volta dei "premi", il più delle volte abiti dei clienti dell'agenzia. Finito lo stage, mi è capitato di collaborare – e in questo caso sono stata pagata. La cosa più importante di questa esperienza è che ho incontrato il pensiero di Agatha Ruiz De la Prada, designer spagnola, che mi ha conquistata con il suo stile pop, vivace e colorato. Così mi sono avvicinata ai fashion studies, studiandone l’approccio metodologico e sociologico, animata dalla passione per la moda. A marzo 2005, appena dopo la laurea, ho fatto un corso "breve ma intenso" in Ricerca di tendenze al Polimoda di Firenze: tre mesi, con frequenza settimanale, in cui ho investito 1500 euro. Alla fine del corso sono partita per Londra e ho fatto un altro stage gratuito di tre mesi nell'ufficio marketing e merchandising della Vivienne Westwood. Anche qui ho imparato molto, scoprendo le dinamiche che muovono un’azienda di moda: ho svolto ricerche sui concorrenti, ricerche di marketing, analisi delle tendenze, report di marketing, analisi di vendita. Come nel primo stage, anche a Londra ho trovato un ambiente lavorativo molto accogliente e cordiale all’interno del quale non mi sono mai sentita «una stagista», ma una parte del team. Nel 2006, rientrata all'ovile, mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Purtroppo mi sono scontrata con un panorama desolato e desolante, nel quale pareva impossibile trovare qualche proposta accettabile. I profili ricercati erano quasi inumani… Della serie "cercasi persona giovane e dinamica, plurimasterizzata con anni di esperienza nel settore"! Sconsolata, ho iniziato malvolentieri una terza esperienza di stage, in un’agenzia di comunicazione bresciana che per i primi tre mesi mi ha dato un rimborso spese di 250 euro al mese, lievitati a 400 euro al mese per i successivi tre. Lo stage si è poi trasformato in un contratto a progetto più volte rinnovato: lo stipendio per il primo anno era di 700 euro al mese, poi ho avuto un "aumento" a 900 euro al mese. Nel frattempo però sentivo un’urgenza: comunicare me stessa, le mie opinioni su temi particolari, la mia passione per la moda e per l’arte. Così a settembre del 2008 mi sono inventata “Moda tra arte e patologia dell’essere”, una performance artistica contro l’anoressia [nell'immagine, un momento dell'evento, alla stazione centrale di Milano] attraverso cui sono riuscita a esprimere il modo di pensare e di essere. Era una sfilata in cui le modelle indossavano vestiti disegnati da me.A settembre 2009 ho continuato su questa strada partecipando a «DRESSED UP, a critical fashion show», una collettiva di giovani designer accomunati da un'idea: proporre un’alternativa alla moda tradizionale. Una rottura che si muove in direzione critica e non antagonista, mirata a veicolare un’estetica sensibile e basata sulla persona. Lì ho presentato con il nome d’arte Nina co la mia «Collezione Zero – Sperimentazioni». Quest'attività continua: penso e progetto gli abiti che realizzo con l'aiuto di piccoli laboratori artigianali. Non avendo una formazione accademica di questo tipo alle spalle, non me la sento di autodefinirmi "stilista" a tutti gli effetti: mi sto formando sul campo, cercando di specializzarmi al meglio, consapevole che il lavoro è duro e non è affatto semplice... però ci metto il massimo dell'entusiasmo e dell'impegno! Parallelamente continuo a svolgere il lavoro di addetta stampa, seguendo progetti di comunicazione in maniera autonoma con contratti da freelance. Da gennaio a luglio di quest'anno ho frequentato anche un corso serale in Fashion marketing allo Ied di Milano. Il costo di questo corso, che mi impegnava per tre sere a settimana, era di 3mila euro: ma li considero ben spesi perchè  l'offerta formativa era validissima, molto ben strutturata sia dal punto di vista teorico che pratico.Oggi vivo a Iseo, in un appartamento che mi hanno regalato i miei e collocato esattamente tra il loro e quello di mia sorella e suo marito – quindi, praticamente, è come se abitassi ancora con loro! Una situazione infelice e frustrante da un lato, ma dall'altro lato comoda e non scontata. Faccio il possibile per cavarmela da sola, ma probabilmente senza i miei in questo momento non riuscirei a fare quello che vorrei: per raggiungere la completa autonomia sarà necessario stringere ancora per un po' i denti e fare sacrifici. Mi piacerebbe continuare a lavorare nei settori moda-arte-comunicazione, li trovo stimolanti e gratificanti. L’aspirazione è quella di riuscire a mantenermi grazie ai miei pensieri e ad un lavoro svolto in maniera autonoma e indipendente. Sono ottimista riguardo al futuro, anche se il panorama non è più così positivo rispetto a quello che speravo di incontrare uscendo dall’università. Andare all'estero? A volte sono tentata: lì ci sono più prospettive, maggiori incentivi e sostegni ai giovani, più meritocrazia. In Italia invece abbiamo… gli stage! Che troppo spesso non offrono concrete possibilità di crescita: gli stagisti vengono usati da tante aziende come rimpiazzi temporanei di personale. In queste condizioni, come si può pensare ad un futuro stabile e concreto? E qui subentrano naturalmente frustrazione e insoddisfazione: nella moda sono davvero tanti i ragazzi che si trovano a dover affrontare questa situazione. Il mio consiglio ai più giovani che vogliono entrare in questo settore è quello di affiancare al percorso universitario qualche esperienza operativa, per capire il prima possibile il funzionamento concreto di certi ruoli – e non trovarsi poi disorientati o scontenti.Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shangai

Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze

Lo sfruttamento degli stagisti è un affare sommerso. Anche in quei casi in cui i giovani decidono di ribellarsi, e di non subire la situazione, è davvero raro che si rivolgano alle DPL. Nella maggior parte dei casi preferiscono mantenere un profilo più basso, interrompendo magari lo stage ma senza clamore e soprattutto senza tirare in ballo i temuti ispettori. Oppure nemmeno sanno che esistono, gli ispettori.Quel che è successo un paio d'anni fa a Martina M., brillante laureata in Psicologia all'epoca 25enne, stagista in un'azienda informatica (una software house), ha dell'incredibile. Inizialmente affidata a una tutor cocopro, di un anno più grande di lei, fino a cinque mesi prima a sua volta stagista; poi addirittura promossa (sempre durante lo stage) al ruolo di tutor. Per un rimborso spese di 400 euro al mese, insomma, la stagista Martina doveva non solo fare il lavoro di recruiting, smistamento dei cv, colloqui e tutto il resto, ma contemporaneamente anche istruire le nuove risorse. Da un lato veniva ritenuta non sufficientemente preparata per avere un contratto decente e uno stipendio adeguato, dall'altro preparatissima per formare le new entry: diventando quindi di fatto, lei stagista, la tutor di altre due stagiste. Il tutto per poi restare con un pugno di mosche in mano: al termine dello stage, il contratto di apprendistato che l'azienda le aveva promesso si è volatilizzato, e lei è rimasta a casa.«Non avevo idea che ci fosse la possibilità, per gli stagisti sfruttati, di rivolgersi alle DPL e di sollecitare l'intervento degli ispettori del lavoro» confida Martina alla Repubblica degli Stagisti: «Noi giovani non siamo tutelati dal sindacato neanche quando abbiamo un contratto vero, tipo un cocopro: figuriamoci in stage. E comunque è strano che gli ispettori del lavoro non si muovano autonomamente: queste situazioni sono all'ordine del giorno e alla luce del sole. Che bisogno hanno di aspettare le segnalazioni? Se volessero indagare e fare qualcosa, basterebbe veramente poco per smascherare le imprese che usano gli stage in maniera impropria… E invece tutte queste imprese restano sempre impunite, nessuno fa nulla». Oggi Martina lavora con un cocopro per una piccola società di consulenza e formazione, sempre a Roma. Il suo contratto è in scadenza, e non verrà rinnovato: «Qui siamo in 11, non c'è nessun dipendente e abbiamo scoperto che perfino il capo ha un contratto a progetto. In questo momento non ci sono tirocinanti, ma so che ce ne sono stati. L'unica che ha un contratto serio è la segretaria: peccato che sia un apprendistato, malgrado lei abbia 30 anni e lavori da 10» racconta ancora Martina: «A settembre hanno cambiato il nome della società per non rispettare l'obbligo di assumere dopo due anni di contratto a progetto. E ora, a parte il fatto che mi hanno relegato a fare le fotocopie per sei mesi, a me non rinnovano il contratto dicendo "non abbiamo la possibilità" e basta, senza altre giustificazioni. Questa situazione è veramente da denuncia: dopo che mi avranno pagato lo stipendio di dicembre, non è detto che non lo faccia. Magari andando proprio alla DPL di Roma».Annarita invece, classe ‘77, laureata in lettere, a rivolgersi alla DPL non ci ha nemmeno pensato. Eppure ne avrebbe avuto motivo: dopo tre anni come cocopro in una casa editrice si sentì fare l’incredibile proposta "Tramutiamo il tuo contratto in uno stage". La vicenda viene raccontata dal giornalista Concetto Vecchio nel suo ultimo libro, Giovani e belli [Chiarelettere - nell'immagine, la copertina]. La Repubblica degli Stagisti ha rintracciato Annarita e si è fatta raccontare meglio la sua storia: «Dopo l’università trovai un contratto a progetto presso una casa editrice. Lavorai per loro dal 2003 all'inizio del 2006 facendo la redattrice per il sito e scrivendo le schede editoriali». Da un certo punto di vista i criteri del cocopro vengono rispettati: «Non mi obbligavano alla presenza quotidiana, non avevo vincoli di orario. Prendevo 650 euro al mese, che chiaramente non mi bastavano per mantenermi: così usufruivo di questa flessibilità e organizzavo il mio tempo in modo da riuscire a portare avanti collaborazioni come giornalista, e proseguire la mia formazione». A un certo punto però la casa editrice comincia a dire ad Annarita che c’è bisogno di una persona più presente, che vada lì tutti i giorni. «Io mi aspettavo che mi proponessero un contratto. Ben presto capii invece che il loro unico obiettivo era quello di abbattere i costi: già un cocopro era troppo. Insomma, mi dovevano liquidare. E lo fecero questa proposta inaccettabile, lo stage. Chiaramente rifiutai, e al mio posto presero una neolaureata, con uno stage di 12 mesi, dandole circa 500 euro al mese di rimborso spese. A questa stagista vennero affidate esattamente le stesse mansioni che prima svolgevo io». Annarita però sceglie di andarsene senza far rumore, e sopratutto senza denunciare l’accaduto: «Sarebbe stato giusto e doveroso farlo come questione di principio, è vero: ma non avevo la disponibilità mentale di seguire questa cosa, ero presa dal percorso giornalistico che stavo intraprendendo. Forse è stata una leggerezza: ma a dirla tutta non mi sarebbe servito, e poi non volevo bruciarmi una collaborazione che sarebbe potuta proseguire, come infatti è avvenuto». Annarita non è pentita di aver taciuto: «Sostanzialmente a me della casa editrice interessava poco, era - ed è - giusto un modo per racimolare qualche entrata extra, perchè in realtà io voglio fare la giornalista. Secondo me si deve essere rigorosi e indisponibili a compromessi quando si agisce nel proprio ambito lavorativo: se mi avessero fatto questo giochetto in una redazione giornalistica sarei andata dritta alla Fnsi, alla Nidil Cgil che è il sindacato per il lavoro flessibile, magari anche agli ispettori del lavoro». Ma dato che, in fondo, del posto alla casa editrice non le importava, ha preferito soprassedere. E la casa editrice, così, è rimasta impunita.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – i risultati dell'inchiesta- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage- Controlli sugli stage, tutti i numeri dell'inchiesta della Repubblica degli Stagisti

Elena Lanzi, vincitrice della borsa di studio notarile: «Dopo un anno e mezzo il mio secondo concorso, senza ancora conoscere i risultati del primo»

Elena Lanzi, 29 anni, è venuta a sapere dell’esistenza della borsa di studio per il notariato sul sito del Consiglio nazionale dell’Ordine. «Ho letto il bando, ho verificato i requisiti di merito, età e reddito e ho visto che ero ancora in tempo per fare domanda», racconta. La richiesta di partecipazione ha dato i suoi frutti: Elena rientra infatti tra i 30 vincitori (su 190 partecipanti) cui spetta una borsa pari a 14.400 euro lordi annui, rinnovabile per tre anni. Si è laureata giovanissima (a soli 23 anni) alla Bocconi di Milano con 110 e lode; per pagarsi gli studi ha lavorato come receptionist presso un albergo ed ha ottenuto per due anni una borsa di studio messa in palio dall'ateneo. Tra studio, lavoro e pratica notarile è riuscita ugualmente a coltivare la sua passione per la letteratura («narrativa tedesca e inglese. Adoro Mann e Dickens, ho letto tutte le loro opere!») e per la pallanuoto. Ci può raccontare la sua esperienza con il praticantato e con la borsa notarile? Il mio è un caso particolare: ho già terminato i due anni di praticantato e ho sostenuto l’esame scritto in due distinti concorsi. La borsa di studio mi ha aiutato a pagare la retta della scuola specialistica notarile e mi dà la possibilità di studiare con più serenità. I tempi per accedere alla professione, infatti, sono molto lunghi. Il primo concorso al quale ho potuto partecipare si è svolto nel 2007, due anni dopo la fine della mia pratica. Il secondo, invece, l’ho sostenuto a marzo del 2009, quando i risultati degli scritti precedenti non erano ancora usciti. Quindi, dopo più di un anno, ha partecipato al secondo concorso senza conoscere i risultati di quello precedente? Sostenendo costi doppi d’iscrizione e senza sapere, eventualmente, cosa avesse sbagliato alla prima occasione per potersi preparare meglio? Esattamente. I tempi di correzione sono molto lunghi, si tratta di un’anomalia di sistema che a conti fatti presenta questi inconvenienti. Alla fine ho scoperto di avere superato gli scritti del primo esame e mi sto preparando per l’orale. Come è andata, invece, la sua pratica nello studio notarile? Bisogna premettere che ci sono due tipi di esperienza: in un caso, i praticanti svolgono a tutti gli effetti un lavoro che si potrebbe quasi definire come impiegatizio ed è spesso retribuito come tale. In altri, si appoggiano allo studio per studiare, vedere come si lavora, esaminare le questioni che vengono poste al notaio, in un’ottica di formazione più teorica generalmente priva di remunerazione. Questo è anche il mio caso e devo dire che ne sono rimasta soddisfatta: il periodo trascorso nello studio mi ha consentito di prepararmi al meglio. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso?Non ho notai in famiglia, mi appassiona la giurisprudenza e penso che la professione del notaio mi si addica, anche dal punto di vista caratteriale. Ovviamente la prospettiva di guadagni elevati in futuro ha un suo peso, ma in modo molto equilibrato: il notariato non è diverso da altre libere professioni, si può decidere quanto lavorare e di conseguenza quanto guadagnare, ritagliandosi il giusto spazio per la vita privata. Certo, gli anni di studio sono tanti e mettono a dura prova motivazioni, interesse, obiettivi e priorità. Anche per questo, però, ritengo che il praticantato sia un periodo di grande crescita interiore.Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'esame da notaio? Uno su quindici ce la fa. Ma in palio ci sono 400mila euro l'anno - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / terza puntata- Gianfranco Orlando, vincitore della borsa di studio notarile: «Teoria e pratica devono andare di pari passo» E anche:- Da grande voglio fare l'avvocato - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / prima puntata- Commercialisti, l'esame è una scommessa - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / seconda puntata- Videointervista a Duchesne: il libro «Studio illegale» vola sulle ali del blog, e presto diventerà un film

Gianfranco Orlando, vincitore della borsa di studio notarile: «Teoria e pratica devono andare di pari passo»

«La pratica da notai è un percorso difficile e meritocratico. Alla base, però, c’è anche una selezione “naturale”, perché l’investimento di tempo, risorse ed energie per arrivare sino al concorso non è indifferente. Non è detto che tutti, anche i più preparati, possano permettersi di passare 3 o 4 anni sui libri, senza lavorare, per poi sottoporsi alle forche caudine del concorso. La borsa di studio dimostra un interesse da parte del Consiglio per i problemi dei giovani, e dà un forte aiuto non solo dal punto di vista economico, ma anche psicologico». È questo il parere di Gianfranco Orlando, 26 anni, originario di Melito di Porto Salvo (in provincia di Reggio Calabria), uno dei 30 vincitori della borsa di studio del Consiglio nazionale del notariato. Gianfranco si è laureato in Giurisprudenza presso l'università Mediterranea di Reggio Calabria, con risultati brillanti: 110 e lode e pubblicazione della tesi. Durante gli studi, si è diviso tra la vita da pendolare e quella da studente fuori sede, con il sostegno, anche in questo caso, di una borsa di studio pubblica devoluta dall'Università.Qual è il suo parere circa questa iniziativa di borse di studio organizzata dal Consiglio?La mia esperienza, ovviamente, è positiva, ma più in generale ritengo che l’organizzazione del concorso in sé sia ottima. I criteri sono ben studiati, e consistono sostanzialmente in una spassionata valutazione del voto di laurea, del curriculum, di eventuali pubblicazioni e ovviamente del reddito. Un altro aspetto positivo è dato dall’autonomia lasciata ai vincitori: ciascuno di noi può scegliere liberamente lo studio e la scuola in cui portare avanti la preparazione. Nella maggior parte degli stage bisogna spostarsi, trasferirsi, adeguarsi alla sede scelta dall’azienda. Io, invece, ho potuto scegliere uno studio vicino casa, risparmiando anche sui costi di trasferta.L’ammontare della borsa e la sua durata sono adeguati alle esigenze?I 14mila euro l’anno sono più che sufficienti per portare avanti gli studi. Il premio può essere rinnovato per tre anni, ma ci sono dei controlli dall’Ordine: anzitutto, bisogna continuare a frequentare una delle scuole di specializzazione per le professioni legali istituite presso le università o una scuola di notariato riconosciuta dal Cnn, e in più ogni quattro mesi bisogna inviare una relazione alla Fondazione circa l’andamento della pratica.Un giudizio pienamente positivo, quindi.Sì. Ci sono tanti giovani in gamba che aspirano alla professione notarile, ma magari non possono permettersi lunghi periodi di preparazione. Grazie alla borsa potrò partecipare al concorso: se non riuscirò a superarlo, bene, sarà solo colpa mia. Se invece mi fosse stato precluso a priori per questioni economiche, penso che sarebbe stato molto frustrante.Come ha selezionato lo studio per la pratica e come sta andando il suo svolgimento? Non avendo altre conoscenze, un giorno ho bussato alla porta di un notaio del cui servizio si erano avvalsi i miei cugini e ho chiesto di poter svolgere la pratica presso di lei. Abbiamo avuto un breve colloquio, durante il quale ha valutato la mia preparazione giuridica e mi ha consigliato di iscrivermi a una scuola specialistica. Ho seguito i suoi consigli e da quel momento in poi mi ha offerto la sua totale disponibilità: certo, il notaio deve lavorare, ma ogni volta chiede il mio parere e quello degli altri due suoi praticanti, coinvolgendoci nella vita dello studio. Inoltre posso consultare tutti i libri e documenti di cui ho bisogno, cosa non da poco.La sua attività presso lo studio è retribuita?Non sono retribuito, ma va bene così: di certo non parliamo di sfruttamento del lavoro, ma al contrario di un’opportunità che ci viene offerta per imparare la professione. Ho scelto io di non inserirmi nella struttura lavorativa dello studio, così da avere più tempo da passare sui libri; penso infatti che per prepararsi al concorso lo studio e la pratica debbano andare di pari passo. Vado in studio due o tre giorni alla settimana, con orari molto flessibili. Se non avessi avuto la borsa di studio avrei seguito l'esempio degli altri due praticanti e avrei chiesto di lavorare più assiduamente, come un dipendente, ottenendo così un'entrata mensile. Negli studi in zona, in genere, i praticanti lavorano gratuitamente per un periodo di prova di due o tre mesi, per poi guadagnarsi un rimborso spese di ammontare variabile. Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'esame da notaio? Uno su quindici ce la fa. Ma in palio ci sono 400mila euro l'anno - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / terza puntata- Elena Lanzi, vincitrice della borsa di studio notarile: «Dopo un anno e mezzo il mio secondo concorso, senza ancora conoscere i risultati del primo»E anche:- Da grande voglio fare l'avvocato - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / prima puntata- Commercialisti, l'esame è una scommessa - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / seconda puntata- Videointervista a Duchesne: il libro «Studio illegale» vola sulle ali del blog, e presto diventerà un film

Stage all'Agenzia europea per i diritti, le voci degli «ex»: Emanuele Cidonelli, ecco la mia esperienza a Vienna

Mi sono laureato a 21 anni in Scienze umanistiche alla Sapienza di Roma con una tesi sul cinema siciliano, visto anche come potenziale risorsa economica dell’isola. Il cinema è la mia passione, da sempre. Così come la Sicilia, da dove vengo e dove torno per trovare la mia famiglia, a Gela. L’esperienza che ho fatto presso l’Unione europea, però, mi ha aperto le porte dell’internazionalizzazione, la voglia di continuare la mia esperienza in Europa. Certo, la scelta di fare uno stage presso la Fondazione per i diritti umani a Vienna non rientrava negli sbocchi del mio curriculum e può sembrare strana. In un primo momento, in effetti, è stato solo un tentativo: ho letto il bando su internet, ero incuriosito ma anche consapevole di avere poche possibilità di accedervi. Il mio titolo di studio non sembrava il più adatto per un’agenzia di questo tipo, potevo puntare solo sulla conoscenza dell’inglese e del francese grazie ai mesi passati all’estero, soprattutto in Francia, durante gli anni dell’università. Ma ero consapevole che tanti avrebbero chiesto di essere ammessi a fare un tirocinio tanto prestigioso e ben pagato: mille euro al mese, pagate tramite bonifico, oltre al rimborso delle spese per i viaggi da e per l'Italia. Un sogno, nel nostro Paese dove avevo sempre svolto stage non retribuiti, ma dove anche i lavori offerti ai neolaureati sono meno vantaggiosi.Superate le selezioni, sono partito per Vienna lo scorso febbraio: sono stato inserito nella sezione che si occupava di comunicazione per rilanciare il sito internet. Chi aveva esaminato il mio curriculum non si era fermato agli studi, al titolo di laurea, ma aveva visto la mia passione per l’informatica e le mie conoscenze da smanettone dei pc, curioso di trovare nuovi programmi utilizzarli. Il primo approccio è stato subito positivo, non mi sono mai sentito uno “stagista” nel senso che si intende spesso qui da noi: niente fotocopie, per capirci, ma la partecipazione attiva alle riunioni anche con i delegati dei diversi Paesi dell’Unione europea. Ogni proposta era ben gradita, in sei mesi mi hanno sempre messo a conoscenza di ogni aspetto dell’attività condotta dall’agenzia, ben sapendo che non ci avrebbero mai assunti (essendo un organismo pubblico vara dei bandi di concorso), ma considerandoci a tutti gli effetti parte del team. I diritti degli stagisti erano rispettati: ferie, rimborsi, percorsi realmenti formativi che mi hanno permesso di arricchire il mio curriculum, il bonifico mensile che arrivava addirittura in anticipo. Ma il mio stupore per questa trattamento appariva strano ai miei colleghi inglesi o tedeschi che non avevano un giudizio altrettanto positivo: per loro tutto questo era normale, avviene regolarmente per gli stage, è quanto hanno già vissuto durante l’università. Adesso il mio futuro lo vedo in Europa, magari in Francia. Dopo questa esperienza, che si è conclusa lo scorso 31 luglio, sono tornato ad occuparmi di cinema, facendo tesoro di tutto quello che ho imparato sul fronte della comunicazione presso l’Agenzia per i diritti umani. Ma non solo: l’esperienza di Vienna mi ha aperto le porte arricchendo il mio curriculum e offrendomi maggiori possibilità di trovare un’occasione all’estero. Al momento non ho progetti ben precisi, ma sto approfondendo la mia tesi per una possibile pubblicazione.testo raccolto da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Opportunità di stage all'Agenzia europea per i diritti fondamentali con rimborso spese di mille euro al mese- Valeria Setti: «Da Rovereto a Vienna per mettere la diplomazia al servizio dei diritti umani: la mia esperienza alla Fundamental Rights Agency»  

Un lettore alla Repubblica degli Stagisti: grazie a voi ho vinto un tirocinio Schuman al Parlamento europeo

Pubblichiamo la lettera arrivata nel febbraio del 2009 alla Repubblica degli Stagisti (quando ancora era un "semplice" blog) da parte di un lettore che, scoperta l'esistenza dei tirocini Schuman proprio su queste pagine, decise di provare a candidarsi e vinse.Ciao Eleonora!Mi chiamo Alessandro Gigante e sono uno dei fortunati che a marzo partiranno per i tirocini Schuman offerti dal Parlamento Europeo. Ti scrivo per dirti grazie, perchè se ho la possibilità di andare a fare questo stage pagato (la prima volta in vita mia, dopo altri tre totalmente gratuiti) il merito è tutto del tuo sito che me l’ha fatto conoscere!Sono capitato sulla Repubblica degli Stagisti il 13 ottobre scorso, due giorni prima che scadessero i bandi di iscrizione, reduce dall'ennesimo stage gratuito e disoccupato a tempo pieno. Dopo centinaia di curriculum andati a vuoto ovunque, il click sul link che segnalavi e l'ennesimo tentativo: «Sarà la volta buona?». Un tirocinio pagato oltre mille euro al mese mi sembrava quasi irraggiungibile, troppo bello per essere vero. E la concorrenza serrata che avevo letto nelle cifre del post certo non incoraggiava. Con una laurea, un master e tre anni di esperienza varia nel mondo del giornalismo ero stato rifiutato da troppe parti per non credere che finisse ancora una volta nello stesso modo.Dopo l'invio del modulo, infatti, come sempre era calato il silenzio. Nessuna risposta per mesi. Nessun contatto. Silenzio.Fino a che il 23 dicembre aprendo la mia casella di posta trovo una mail: «Dear Mr Gigante, you've been selected for a paid Traineeship...». Preso, nell'opzione giornalismo! Cinque mesi nell'ufficio del Direttorato centrale per le comunicazioni del Parlamento Europeo, a 1135 euro al mese! Con possibilità, magari, di essere tenuto anche per più tempo... Ho appena finito di inviare via raccomandata tutta la miriade di documenti richiesti, ed ora attendo solo di sapere quando di preciso dovrò presentarmi a Milano.Il tutto grazie a te, e alla Repubblica degli Stagisti! Per ora ti posso dire solamente questo: grazie. Ti prometto che ti terrò informato su tutti gli sviluppi futuri.Continua così con il blog. Spero possa dare anche a tanti altri ottime opportunità lavorative come quella a cui potrò accedere io, ma soprattutto spero possa contribuire a riformare - anche se un poco - un mercato del lavoro che per ora si può definire tutto tranne che onesto, almeno per chi cerca un primo impiego.GigPs: aspettando il primo di marzo, quando comincerò lo stage, per ora sono finito a distribuire volantini, tutti i giorni dalle 8:30 alle 16:30 a 3 euro netti all'ora, con 7 gradi sotto zero. Con una laurea, un master e l'esperienza che ho, è stata l'unica cosa che sono riuscito a racimolare - anche appoggiandomi a tutte le società di lavoro interinale esistenti qui. Meno male che dove non arriva l'Italia a sostenere i suoi giovani arrivano il Parlamento Europeo e… la Repubblica degli Stagisti!

Tecnologie fisiche innovative, facoltà poco conosciuta ma molto utile per trovare lavoro: la storia di Michela

Finite le scuole superiori Michela Pola si è posta l'interrogativo di tutti i neodiplomati: quale facoltà scegliere? Da un lato la passione per la fisica, dall'altro la preoccupazione per il futuro e la possibilità concreta di trovare un'occupazione. Oggi, a 22 anni, è in procinto di discutere la tesi per la laurea triennale e un posto di lavoro non farà fatica a trovarlo, proprio grazie alla scelta fatta tre anni fa: «Il mio interesse era già rivolto all'ambito scientifico, ma una laurea in fisica temevo che mi avrebbe aperto solo le porte della ricerca» racconta alla Repubblica degli Stagisti «poi ho scoperto l'esistenza del nuovo corso  in Tecnologie fisiche innovative dell'università di Ferrara e mi è sembrata la giusta soluzione per cominciare a entrare nel mondo del lavoro già durante il triennio». Dopo tre anni tra lezioni accademiche e tirocini in azienda si è arrivati alla fine del percorso: «Ho fatto stage in Ducati, Kpl Packaging e, infine, nella G.D di Bologna [una delle aziende che, tra l'altro, hanno aderito all'iniziativa del Bollino OK Stage, ndr], specializzata in packaging, dove ho lavorato alla mia tesi sui fenomeni di tipo elettrostatico legati al confezionamento: le sperimentazioni sono state condotte in azienda durante l'ultimo stage e, dopo la discussione della tesi in facoltà, è proprio in G.D che presenterò il lavoro fatto».  Il futuro di Michela potrà essere proprio in azienda, a seguire quello che è stato cominciato negli anni universitari: «Le proposte di lavoro non mancano, ma sto valutando anche altre possibilità» racconta Michela, un po' agitata per la discussione della tesi che si avvicina e l'ansia di una risposta che attende da tempo: «Vorrei andare all'estero, aspetto una conferma a giorni». Sono gli stessi tutor aziendali della G.D ad averla incoraggiata a giocarsi questa carta, cogliendo al volo la possibilità di lavorare in un centro europeo di alto livello, a Londra o a Stoccolma, per specializzarsi sui materiali naturali per il confezionamento. Un modo per incrementare le proprie competenze e riportarle, tra qualche mese, in Italia. L'attività all'estero è finanziata dal programma Quadrifoglio che  mette a disposizione borse di studio per i neolaureati del corso più meritevoli: alcune aziende emiliane hanno accettato di farne parte per sostenere, insieme all'università, i giovani professionisti. La stretta connessione tra ateneo e azienda è confermata dal fatto che il corso laurea scelto da Michela, Tecnologie fisiche innovative, è nato proprio su specifica richiesta delle aziende dei distretti industriali dell'Emilia Romagna, che non riuscivano a reperire sul mercato le competenze di cui avevano bisogno. Un'intera area che si è mossa insieme all'università per creare maggiori opportunità di incontro tra domanda e offerta aprendo un canale diretto tra gli studenti e le imprese, e facilitare il più possibile il passaggio dalla formazione al lavoro.Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ingegneria ma non solo: quali sono le lauree più utili per trovare lavoro?- Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shangai

Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shangai

La passione per il «cool hunting» è nata nel 1996, ancora prima del diploma. Il termine inglese significa «cacciatore di tendenze» ed è un vero e proprio lavoro: il lavoro perfetto per chi è curioso e ama rincorrere  – anzi, precorrere  – le novità e i cambiamenti culturali. Proprio per questo Alessandro De Toni  [nella foto, insieme a un gruppo di bambini cinesi] a diciott'anni ha deciso di iscriversi a Psicologia all'università Cattolica di Milano. Una facoltà che, secondo le statistiche, non offre molte opportunità di lavoro – a meno che non te lo inventi usando le tue passioni e le esperienze che sei riuscito a mettere insieme durante gli anni universitari. Come ha fatto lui, che oggi a 31 anni ha una carriera di cool hunter ben avviata. «Lo studio e l'analisi delle tendenze di consumo mi hanno sempre incuriosito moltissimo» racconta alla Repubblica degli Stagisti «un interesse cresciuto all'università durante i corsi di psicologia sociale». Accanto alle materie previste dal piano di studi, Alessandro frequenta anche lezioni di mandarino: e proprio parlare il cinese si rivelerà l'arma vincente per supportare una laurea che, forse, da sola non sarebbe bastata per fargli trovare subito un lavoro, diventare un cacciatore di tendenze e per schiudergli le porte del Far East. Oggi gira il mondo per lavoro, fiutando ciò che  sarà di moda tra qualche anno. Ha vissuto a Pechino come borsista dell'Hsk, Chinese Profiency Test, per migliorare la lingua e la conoscenza del Paese. «Moda, design e food sono le mie passioni e così ho cominciato a fare questo mestiere: conoscere il cinese è stato il mio vantaggio competitivo per entrare nel settore». Un lavoro nato per gioco che si è trasformato in un'occupazione a tempo pieno: «Viaggio tra Pechino, Shangai e Milano analizzando le nuove tendenze. Ma non basta saper intuire cosa accade, fotografare e scegliere» aggiunge «è fondamentale saper costruire un report che si basi sulla sistematizzazione dei dati raccolti, la suddivisione in categorie e tag delle immagini raccolte, l'analisi dei temi correnti, le specificità locali e influenze internazionali». Un metodo scientifico, insomma, per il quale sono fondamentali le basi di psicologia sociale studiate all'università. Mentre la conoscenza della cultura cinese è stata importante per lavorare e integrarsi: «Si devono capire i punti di riferimento di questa società per poterla analizzare da un punto di vista antropologico e di mercato» conclude Alessandro «La differenza con la cultura occidentale è forte ed anche i modelli di riferimento sono diversi: va vissuta da dentro per riuscire a capirla». Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ingegneria ma non solo: quali sono le lauree più utili per trovare lavoro?

La testimonianza di Federica Piatti: «Ecco come ho trovato lavoro grazie alla Repubblica degli Stagisti»

È stato il mio ragazzo a farmi conoscere il sito Repubblica degli Stagisti. Lui l’aveva «scoperto» leggendo un articolo su un giornale e me l’aveva segnalato: io sono andata a registrarmi e ho cominciato a spulciare gli annunci di stage col Bollino. Ne ho trovati due che facevano al caso mio e ho mandato la mia candidatura: uno di questi era della PricewaterhouseCoopers, società che che io conoscevo come leader nel suo settore. Nel frattempo stavo finendo l’università, Economia aziendale alla Liuc «Carlo Cattaneo» di Castellanza. La scelta della facoltà per me era stata una pura questione di opportunità: ho sempre avuto la convinzione che permettesse di trovare lavoro rapidamente – e così è stato!Dopo circa due mesi da quando avevo inviato la candidatura sono stata contattata da PwC. Il primo colloquio è stato motivazionale e di gruppo: dopo un test di inglese generale e tecnico, ciascuno si è presentato al resto del gruppo ed infine abbiamo risolto un “problem solving”. Il giorno stesso mi hanno ricontattato per farmi proseguire l’iter di selezione incontrando un manager. Una settimana dopo ho sostenuto il colloquio finale con uno dei partner di PwC, e sono stata presa. Con un’ulteriore buona notizia: anziché lo stage per cui mi ero candidata, mi hanno proposto direttamente un contratto. Nel frattempo mi sono laureata, a luglio, con 110/110 e una tesi sull’internazionalizzazione delle imprese – il titolo era "Firm internationalization: the case of SNF Floerger". Lavorerò come revisore contabile nel settore industriale: mi sento pronta ad entrare nel mondo del lavoro e sono certa che in un’azienda così importante avrò modo di imparare tante cose sulla revisione dei conti.Ho un contratto di apprendistato professionalizzante della durata di 24 mesi, con uno stipendio lordo annuo di circa 21.800 euro. Anche ora che lavoro a Milano sono rimasta a vivere a Gallarate: farò una vita da pendolare, alternando il treno alla macchina a seconda delle esigenze. Ho calcolato che gli spostamenti mi costeranno un centinaio di euro al mese, e mi porteranno via un’ora e mezza al giorno.Mi considero comunque decisamente fortunata: molti miei amici al momento sono nel caos, qualcuno non ha idee sul futuro, qualcun altro non è ancora laureato, altri ancora hanno scelto facoltà umanistiche e temono di non riuscire a trovare lavoro. Solo un paio finora sono riusciti a inserirsi nel mondo del lavoro, con contratti a tempo determinato o stage.Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche l'articolo «Prima assunzione attraverso il sistema degli annunci "protetti" della Repubblica degli Stagisti»

Stage all'estero senza assicurazione sanitaria: le storie di chi ci è passato

Per approfondire il tema degli stage al di fuori dell'Unione europea e in particolare di cosa succede se malauguratamente ci si ammala – o si ha un incidente – senza essere coperti da un'assicurazione sanitaria, la Repubblica degli Stagisti ha raccolto alcune storie di ex stagisti costretti a pagarsi da soli le spese mediche o a stipulare assicurazioni private. Lo ha fatto Cesare, 27 anni di Melzo, in provincia di Milano, che con il progetto Mae-Crui è andato a Los Angeles da aprile ad agosto del 2007 in quella che si può definire la Camera di commercio italiana per la California. «Gran bella esperienza di vita, un po' meno dal punto di vista professionale». Cesare ha pagato duecento euro per garantirsi una copertura sanitaria («un mese sono rimasto scoperto, ma avrei dovuto pagare ancora di più») attingendo ai cinquemila euro del prestito d'onore col quale si è finanziato lo stage negli Usa. Soldi che adesso sta restituendo con un lavoro precario alla Camera di commercio di Lodi. Dice che è chiaro che «chi va negli Stati Uniti la prima cosa che deve fare è l'assicurazione sanitaria». Ricorda però di un'altra «stagista dell'istituto di cultura di Los Angeles che ha avuto dei problemi di salute e non aveva coperture. S'è vista recapitare un conto di duemila euro».A Clarissa, trentenne di Roma, è andata meglio. Nell’aprile del 2005, appena arrivata a New York per uno stage di tre mesi all’Istituto di cultura conosce per caso la coppia che di lì a poco l’avrebbe aiutata a curarsi. Dopo pochi giorni nella Grande  Mela,  infatti, viene colpita da un’otite. È senza assicurazione, cerca aiuto e lo trova in proprio in quei due ragazzi conosciuti qualche giorno prima. La portano in un ospedale a Brooklyn, la fanno visitare da un amico medico che scarica su uno di loro le spese del controllo e quelle dei farmaci. «Non ricordo bene perché non feci l’assicurazione – racconta oggi la giovane romana – forse perché ero troppo ottimista. Ricordo però che il bando non diceva nulla a riguardo. Invece credo che sia importante che i ragazzi vengano informati prima, così da potersi organizzare».Di questi e altri problemi si discute – e non poteva essere altrimenti – anche su Facebook, che ospita due gruppi che parlano di stage all’estero: “Teste di M.A.E.” e “Stagisti ed ex stagisti Mae-Crui”.Tanti i commenti entusiasti e tante le richieste di consigli da parte di chi deve partire. Sul primo, tra gli ultimi post c’è anche quello di Elena che scrive: «Sono stata presa x la rappresentanza permanente presso l'UE a Bruxelles, ma leggendo questi wall mi sto scoraggiando… davvero é un'esperienza così inutile cm sembra leggendo i vostri post?».Giuseppe VespoPer saperne di più su questo argomento, leggi anche l'articolo «Stage all'estero, Mae-Crui ma non solo: attenzione all'assicurazione sanitaria»