Unitalk, intervista a Gianfranco Dore della Uil: «Pagare di più i contratti atipici è l'unico modo perchè la flessibilità non si trasformi in precariato»

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.

UniTalk allarga il suo raggio d'azione: oggi Soul e Repubblica degli Stagisti raccolgono le riflessioni di Gianfranco Dore, sardo classe 1951, sindacalista della Uil  (Unione italiana del lavoro) che da quasi quarant'anni si occupa di politiche del lavoro e formazione professionale. Dore ha iniziato a lavorare nel sindacato nel 1973: dal 1978 al 1987 è stato segretario provinciale della Uil di Viterbo, poi dal 1989 al 1992 segretario generale Enti Locali di Roma e del Lazio. Oggi è segretario Uil di Roma e del Lazio e fa parte della Commissione regionale di concertazione per il lavoro.

Di cosa parliamo quando diciamo “precarietà”?

Il termine precarietà è sempre esistito nel mondo del lavoro: il precario era una persona che alternava periodi di lavoro a brevi o prolungate interruzioni. Oggi questo termine ha cambiato il suo significato, inglobando oltre al concetto di scarsa continuità anche quello di bassa qualità. Un’operazione necessaria e condivisibile come quella di flessibilizzare un mercato del lavoro diventato estremamente rigido attraverso l’introduzione di strutture contrattuali più adatte alle esigenze di imprese e mercato, è stata applicata in maniera scorretta, causando spesso un peggioramento generalizzato della condizione lavorativa, senza alcuna forma di compensazione dal lato del salario. Alcune forme contrattuali “atipiche” seppur adeguatamente congegnate dal legislatore, non sono state sorrette da  un sistema di ammortizzatori sociali in grado di garantire a tutti i lavoratori le stesse tutele – spaccando di fatto il mercato in ipergarantiti e precari.
E quindi quali sono state le ripercussioni sui lavoratori?
Ovviamente a pagare il conto sono stati gli "atipici". Gli effetti dell’attuale congiuntura economica lo dimostrano: con la crisi sono stati i primi ad essere esclusi dal mercato del lavoro e spesso senza alcuna forma di sostegno. C'è chi dice che l’Italia ha registrato un tasso di decrescita dell’occupazione inferiore ad altri paesi: peccato che questo dato, apparentemente positivo, sia semplicemente un effetto della diffusa presenza dei contratti di lavoro atipici, in particolare i contratti a progetto. Non abbiamo avuto lo stesso ritmo di decrescita dell’occupazione semplicemente perché c’era una platea di lavoratori atipici che dalle statistiche del mercato del lavoro erano praticamente esclusi; è "lavoro sommerso", e quindi non registrato nei dati ufficiali.
A volte i giovani iniziano a rendersi conto delle difficoltà del mondo del lavoro solo dopo aver terminato gli studi. Come si potrebbe coinvolgere di più gli studenti rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?
Forse l’unico aspetto positivo della crisi è quello di aver dimostrato ai giovani, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che il mercato del lavoro è cambiato: il posto fisso non è più all’ordine del giorno né deve diventare l’obiettivo. È necessario essere consapevoli che il lavoro viene conquistato e mantenuto grazie alle capacità e professionalità acquisite; non si studia una sola volta per raggiungere, come un tempo, l’impiego definitivo ma si studia tutta la vita; c’è bisogno di un aggiornamento continuo delle proprie conoscenze sia durante l’università che dopo. L’università deve attrezzarsi per mettere in collegamento il laureato con il mondo del lavoro: questa purtroppo è da sempre una delle principali carenze del sistema universitario pubblico. Ritengo che tutti gli strumenti che vanno nella direzione di far fare ai ragazzi delle esperienze durante o immediatamente dopo la fine degli studi siano positivi. Da questo punto di vista Soul è un’esperienza estremamente interessante sulla quale Cgil, Cisl e Uil si sono immediatamente impegnate.
Soul infatti ospita il servizio ZTL (Zona Tutela Lavoro),  creato dalla collaborazione fra Cgil, Cisl e Uil, dove studenti, tirocinanti e neolaureati possono trovare strumenti di tutela per districarsi nel complesso mondo dei diritti dei lavoratori. Quali sono le problematiche più diffuse che possono incontrare i neolaureati?
Quando abbiamo avuto il primo contatto con Soul, che all’epoca si chiamava ancora Blus, eravamo entusiasti delle finalità del progetto e come sindacato abbiamo subito fatto notare la preoccupante mancanza di conoscenza, nei giovani, dei propri diritti. ZTL risponde a questa intuizione e aiuta i ragazzi a conoscere i loro diritti contrattuali. Tra l’altro oggi la situazione è ulteriormente peggiorata perché l’estensione dei lavori atipici, l’apprendistato, il contratto a tempo determinato richiedono una profonda conoscenza della materia. Lo sportello serve proprio a spiegare ad un ragazzo qual’è, ad esempio, la differenza fra un contratto a tempo determinato tradizionale e il rapporto di lavoro a collaborazione continuata e continuativa.  Sono entrambi dei contratti a tempo determinato: la differenza è sui diritti, così come la differenza che c’è fra il lavoro interinale e il co.co.pro.: si pensa che sia peggiore il primo ma in realtà l’interinale è un lavoro garantito a 360 gradi. Questo esempio per far capire le carenze conoscitive di un giovane neolaureato, che magari è brillante sul piano accademico ma su queste cose è completamente indifeso.
Come si pone il sindacato di fronte ad alcune questioni che affliggono il mondo del lavoro nel nostro paese, come il riconoscimento legale o contrattuale dei diritti del lavoratore e la sempre più difficile messa in pratica di questi diritti?
Questa è la principale anomalia del sistema italiano. Altre nazioni hanno adottato il sistema dei contratti atipici anche con grande anticipo rispetto all’Italia: la differenza è che noi li abbiamo adottati nel modo più sbagliato possibile. Il lavoro atipico negli altri paesi è remunerato più del lavoro ordinario: per usufruire della flessibilità le imprese la devono pagare. La  nostra particolarità è che flessibilità è anche sinonimo di minor retribuzione. Questo penalizza le giovani generazioni che escono dall’università: è una delle storture più evidenti e violente del nostro paese. A me capita spesso di incontrare giovani che dicono «Che stupido sono stato a studiare: i miei amici che dopo il liceo sono andati a lavorare ora hanno la possibilità di costruirsi un futuro». L’assurdità è questa: si corre il rischio di penalizzare i giovani con alte professionalità, pur essendo l’Italia uno dei paesi europei con la percentuale più bassa di laureati. Bisogna correggere questa stortura e fare in modo che la flessibilità venga pagata. Questo è l’unico modo per far sì che diventi un valido strumento a disposizione del sistema produttivo.

Eleonora Rossi
con la collaborazione di Eleonora Voltolina


Questa intervista è online anche sul sito www.jobsoul.it

Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma
- Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma
- Alide Cagidemetrio, facoltà di Lingue di Ca' Foscari - Venezia
- Federico Masini, facoltà di Studi orientali della Sapienza di Roma

 

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