Aspiranti pubblicisti truffati: «77 articoli per un settimanale cattolico, nessun compenso e documenti falsi»

«Vi scrivo per un consiglio. Collaboro da tre anni per un settimanale cattolico con la promessa dell'agognato tesserino da pubblicista. Ho scritto 77 articoli ma sono senza contratto e non ho mai visto un euro, solo scuse.
stage lavoroAd ottobre mi dicono che a dicembre mi faranno i versamenti che mi servono ma che le tasse devo pagarle io, così mi chiedono 75 euro. Glieli do ed in cambio mi rilasciano un F24 della stessa cifra ed una certificazione in cui dicono di avermi versato 250 euro come pagamento. Io mi rifiuto di firmare e chiarisco loro che, affinché l'Ordine accetti la mia pratica, devono versarmi almeno 500 euro netti per ognuno degli ultimi due anni di collaborazione, dato che per il primo mi dicono sia ormai troppo tardi.
Il giornale non mi versa nulla e ieri il loro commercialista mi ride in faccia dicendomi che sono scaduti i termini richiesti dall'Ordine per i pagamenti che quindi sono ormai inutili.
In tutto ciò due ragazze, collaboratrici come me, hanno ottenuto i documenti necessari per il tesserino auto-versandosi 1000 euro! Come faccio a recuperare questi anni? I soldi e i documenti che mi sono stati promessi?»


Lettera firmata


Purtroppo la situazione descritta dalla lettrice, che chiede alla nostra redazione di mantenere l'anonimato per timore di ripercussioni, è molto frequente. Il miraggio di poter diventare giornalisti, maturando i requisiti per iscriversi all'albo dei pubblicisti, spinge molti ad accettare da testate giornalistiche senza scrupoli condizioni capestro.
Sulla Repubblica degli Stagisti abbiamo pubblicato a più riprese inchieste e denunce su questo tema, perché riteniamo inaccettabile che chi sfrutta il lavoro di aspiranti giornalisti riesca sempre - o quasi - a non pagarne le conseguenze. Abbiamo anche sottolineato il fatto che questa situazione non danneggia solo i diretti interessati, cioè le persone che lavorano gratis e che addirittura si trovano a falsificare i documenti, "auto-pagandosi" per poter attestare di fronte agli Ordini dei giornalisti regionali quella attività continuativa e remunerata che è indispensabile per poter fare richiesta di iscrizione all'albo.
La situazione danneggia anche le testate giornalistiche serie, che si comportano in maniera leale con i propri collaboratori trovandosi però come "competitor" giornali - ma anche tv, radio e sopratutto siti internet - scorretti, che grazie allo sfruttamento del lavoro gratuito riescono ad avere una maggiore quantità di prodotti giornalistici da immettere nei loro canali e con i quali poter attrarre pubblico.  Una sorta di doping del mercato editoriale che paradossalmente avvantaggia chi si comporta male e penalizza chi invece si sforza di pagare regolarmente.
Ma per rispondere alla denuncia della lettrice bisogna anche approfondire aspetti meno noti. Falsificare i documenti fiscali necessari all'iscrizione nell'albo dei pubblicisti dell'Ordine dei giornalisti costituisce un reato: in particolare gli esperti di diritto giornalistico, come Gianfranco Garancini intervistato dalla Repubblica degli Stagisti qualche anno fa, ravvisano quelli di truffa e falso ideologico a un ente pubblico, ai sensi degli articoli 640 e seguenti e 479 e seguenti del codice penale.
In pratica gli Ordini, qualora avessero il sospetto che una pratica contenga dati fasulli e che una data testata non abbia corrisposto in realtà i compensi dovuti, avrebbero l’obbligo di fare una querela contro la testata e anche contro gli aspiranti giornalisti, in quanto "correi". Inoltre la domanda di iscrizione all'albo pubblicisti in questi casi dovrebbe essere respinta: oltre al danno, dunque, per l’aspirante giornalista anche la beffa di veder evaporare due anni di lavoro giornalistico.
C'è chi adombra conflitti d'interesse, sostenendo che gli Ordini non stanno troppo attenti alle possibili dichiarazioni mendaci negli incartamenti di richiesta di iscrizione all'albo perché per loro comunque ogni iscritto in più garantisce un introito economico, rappresentato dalla quota annuale che ogni giornalista - sia dell'albo pubblicisti sia di quello professionisti - è tenuto a pagare. Ma noi non vogliamo pensare male, e ci teniamo a mantenere il più alto grado di fiducia nei confronti dell'OdG, convinti che il suo primo interesse sia vigilare sul rispetto della deontologia professionale e sulle condizioni in cui i suoi iscritti (o aspiranti tali) si trovano a lavorare nel campo (ormai minato) dell'editoria.
Le testate giornalistiche che non pagano i propri collaboratori peraltro «traggono un interesse economico diretto, immediato e talvolta decisivo dallo sfruttamento dei ragazzi» aveva detto chiaramente l'avvocato Garancini: «Commettono un complesso di reati che può includere truffa ed evasione fiscale, per non parlare della gravità di un simile atteggiamento dal punto di vista etico e morale». Una mancanza di etica che lascia ancor più basiti considerando che la lettrice racconta che tutto questo avviene per un giornale cattolico, che dovrebbe basare la sua attività sui valori cristiani di rispetto della dignità personale. Chissà cosa direbbe Papa Francesco di un settimanale cattolico che sfrutta gli aspiranti giornalisti promettendo compensi che poi non eroga e che addirittura propone manipolazioni truffaldine di documenti per far apparire pagamenti mai avvenuti.
L'avvocato Garancini ammetteva però già nell'intervista del 2010 come fosse difficile trovare le prove concrete di questo fenomeno: «salvo nei rarissimi casi in cui vi sia una denuncia specifica: sono i ragazzi stessi, quindi, a dover riferire all’Ordine il verificarsi di casi simili». Il consiglio che noi diamo alla lettrice dunque è quello di fare un esposto all'Ordine dei giornalisti e all'autorità giudiziaria, denunciando l'accaduto. Lei non è ancora "correa", dato che si è rifiutata di firmare la documentazione falsificata che le avevano proposto. Tacere e subire equivale a perpetuare lo status quo: la testata in questione la farà franca per l'ennesima volta, e potrà continuare indisturbata a truffare i nuovi collaboratori pescandoli con "l'amo" della promessa dell'accesso all'albo pubblicisti.

L'immagine è di -Alina- in modalità creative commons

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