Donne e libere professioni, un binomio ancora difficile

Correva l'anno 1919 e per la prima volta le donne venivano ammesse all'esercizio delle libere professioni e al pubblico impiego. stageÈ passato quasi un secolo - e che secolo - eppure la strada per la piena affermazione lavorativa della donna è ancora lunga. Tra i dieci ordini nazionali con più iscritti, nel 2011 solo uno - quello dei consulenti per il lavoro - è stato presieduto da una donna, Marina Calderone [sotto, durante la cerimonia di insediamento]: con un consiglio, però, tutto al maschile.
Il testo di  riforma sulle libere professioni, parte della più ampia
legge di conversione sulle liberalizzazioni definitivamente approvata la settimana scorsa dal Parlamento, del resto non apre spiragli di cambiamento: nessuna misura ad hoc per incentivare il lavoro delle libere professioniste. Una buona occasione per riparlare, a dispetto del principio dell'ubi maior minor cessat, di una questione nella questione: «Libere professioni al femminile» (Palomar, 78 pagine) di Letizia Carrera, 42 anni, da dieci ricercatrice in Sociologia all'università di Bari, che zooma nel mondo del lavoro femminile alla ricognizione dei punti di criticità e dei mutamenti nel mondo delle partite iva in rosa. stageAvvocate (perché «intervenire sul "sessismo linguistico" significa incidere sulla realtà stessa»), commercialiste, architette, consulenti per il lavoro, giornaliste, ingegnere, psicologhe: oggi le giovani donne italiane in teoria posso fare il mestiere che vogliono. Sì, ma a quale prezzo?
«Ho sempre la figura di una moneta, che gira e gira su se stessa, e bisogna solo sperare che non cada, perché da una parte c'è la carriera e dall'altra la vita familiare»: così racconta un'avvocata, una delle ottanta voci femminili raccolte nel libro. Che è appunto frutto di una ricerca sul campo, commissionata al comitato Pari opportunità dell'università di Bari dalla consigliera regionale di parità Serenella Molendini e condotta in Puglia tra il 2010 e il 2011. La Carrera, membro del comitato ed esperta di questioni di genere (ha firmato anche «Donne e lavoro» e «Le donne distanti. Tempi luoghi modi della partecipazione politica») incrocia dati teorici e dati empirici di prima mano per evidenziare i maggiori freni all'affermazione delle donne in questo particolare segmento del settore autonomo.
Come per tutto il mondo del lavoro, il sesso tutt'oggi influenza le scelte formative, scrive Carrera. Se tra gli iscritti all'albo nazionale degli psicologi oltre l'80% sono donne (ma a presiedere il consiglio è un uomo, e uomini sono anche vicepresidente, tesoriere e segretario), tra gli ingegneri la percentuale crolla al 12. Poco meglio le avvocate, solo il 19% del totale, e le commercialiste, meno di un terzo. Insomma, le donne continuano a studiare per fare mestieri da donna, più c
ompatibili con l'immagine sociale di caregiver, titolare del lavoro di cura e dell'assistenza, che con quella maschile di breadwinner: chi, letteralmente, porta il pane a casa. Del resto, meno tempo per il lavoro vuol dire meno guadagni, e anche nel settore autonomo il gender pay gap - il differenziale salariale tra uomini e donne - è una realtà. «La libera professione ti occupa tutta la giornata, non stacchi mai. Appena ho avuto l'opportunità sono passata in azienda» racconta una programmatrice, che si è così sollevata anche dall'onere di costruire e mantenere un pacchetto clienti, elemento cruciale di una qualsiasi libera professione. Per il quale la diffidenza maschile è tutt'altro che un lontano ricordo: «Mi chiedono di fare un lavoro ma poi non lo posso firmare, perché mi dicono che il committente vuole un uomo» afferma un'ingegnera.
stageNon mancano comunque le voci fuori dal coro, come quella di una giornalista (nubile) secondo cui è «solo una questione di volontà. Se uno vuole farcela ce la fa! A volte penso che questa cosa delle donne sia un alibi». Se però il cliente scappa durante un'astensione obbligata per maternità (obbligata dalle circostanze, non certo dalla legge), altro che alibi. In fatto di figli, sono le libere professioniste più di tutte ad autoimporsi un aut aut: «Le donne si trovano a dover scegliere e quindi scelgono. Se ci tieni al lavoro non c'è spazio per altro, figurati per i figli. Rischi solo di essere una cattiva madre e di non riuscire neanche bene nel lavoro» riassume un'ingegnera 45enne. O, di rinvio in rinvio, il "momento giusto" passa («Non c'era tempo allora e ora ovviamente è tardi!» esclama una psicologa 48enne). Ma quanti neo papà, ad esempio, chiedono il congedo? Il ddl di riforma del mercato del lavoro approntato lo scorso venerdì dal ministro Fornero - o meglio, ministra - lo prevede in maniera obbligatoria per tutti i padri lavoratori al capitolo 7 ("Interventi per una maggiore inclusione delle donne nella vita economica"), per «favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’intero della coppia». Congedo obbligatorio, dunque, ma flash: solo tre giorni, contro il suggerimento dell'Europa che in più occasioni ha ipotizzato due settimane. Meglio poco che niente? In questo caso forse sì.
La parità è sicuramente lontana ma, del resto, è solo parte della soluzione. Come sottolinea la consigliera Molendini, bisogna andare oltre: rivoluzionare il modello stesso di lavoratore e lavoratrice. Lavoro di cura e lavoro retribuito per il mercato non sono realtà conflittuali da tenere in equilibrio, ma parte di un tutto, per entrambi i sessi. Un "doppio sì" è possibile - sì alla maternità e alla paternità, sì al lavoro - ma solo a patto che lo Stato si faccia carico di serie misure di welfare, perché le esigenze di una nuova famiglia devono poter trovare risposta anche al di fuori delle vecchie famiglie, quelle d'origine dei genitori. Un aiuto prezioso, che non tutti però hanno la fortuna di avere. 

Annalisa Di Palo

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