Pensione integrativa per il mondo della ricerca: con Resaver diventa realtà

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 07 Lug 2017 in Approfondimenti

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La vita del ricercatore è spesso vagabonda, soprattutto all’inizio della carriera. Si comincia presso un’università, si prosegue in qualche centro di ricerca pubblico o privato, poi si risponde a qualche bando che garantisce fondi per continuare il proprio lavoro o si prende parte a una squadra che sta avviando un nuovo progetto. Questo vuol dire lavorare in città diverse e, sempre più spesso, in Paesi diversi. Quindi ricevere lo stipendio e pagare i contributi previdenziali in Italia, ma per alcuni periodi anche all’estero. Con la conseguenza, non senza controindicazioni, di spezzettare in varie casse pensionistiche i propri contributi, cioè la propria “riserva” per la pensione.

Per quanto riguarda la quota dei contributi “obbligatoria” – o di primo
pilastro finché i sistemi previdenziali dei singoli Paesi non si mettono d’accordo, non si può fare molto. E al momento, spiega Giuseppe Montalbano, segretario nazionale Adi, i sistemi previdenziali restano sensibilmente diversi. Ma «i regolamenti comunitari consentono di mantenere i diritti previdenziali maturati in ciascun Paese, beneficiare di una quota di pensione proporzionale a tali diritti, ed esportare le prestazioni relative. Questo grazie alla cosidetta totalizzazione in regime comunitario».

Ora, però, anche sul fronte delle pensioni integrative si sta muovendo qualcosa. La Commissione europea ha pensato, infatti, a tutti i lavoratori del mondo della ricerca finanziando con un budget di 4 milioni di euro, dal programma Horizon 2020, lo studio e l’avvio di un progetto che dovrebbe aiutare la mobilità. È Resaver, un fondo pensione integrativo che ha preso ufficialmente il via a inizio febbraio di quest’anno. A tre anni dal 2014, quando la Commissione evidenziando la grande frammentarietà del sistema pensionistico in Europa, aveva deciso di coprire i costi per la creazione di questo piano.

Prima c’era stato, nel 2009, uno studio di fattibilità. «Nel 2011 sono stati radunati gli interessati al progetto e nel 2014 si è costituito il consorzio Resaver, che detta le regole del fondo costituito l’anno scorso. E recentemente la Covip ha dato l’autorizzazione all’esercizio anche in Italia», spiega alla Repubblica degli
Stagisti Andrea Crivelli, attualmente membro del Board of directors di Resaver Consortium, con un’esperienza pluriennale nel settore delle risorse umane in particolare per la mobilità internazionale che l’ha portato dal gruppo Ilva ad Elettra Sincrotone, ente di ricerca attivo nel campo della fisica della materia.

Membri fondatori di Resaver sono la Central European University di Budapest e l’associazione delle università nei Paesi Bassi (VSNU) e quattro istituzioni italiane: il Central European research infrastructure consortium, Elettra – Sincrotrone Trieste scpa, la Fondazione Edmund Mach e la Fondazione Istituto italiano di tecnologia. I membri associati al consorzio sono una quindicina, mentre le università aderenti sono quelle di Budapest e dei paesi Bassi e poi l’università di Copenaghen, di Limerick, di Lussembrugo e quella autonoma di Barcellona. Ancora nessun ateneo italiano, anche se si sta lavorando proprio in questo senso.

Resaver è quindi una IORP (Institution for occupational retirement provision), un fondo pensione transfrontaliero in grado di accogliere iscrizioni e contributi dai paesi dell’Unione Europea.  È «un fondo integrativo per i dipendenti, che si aggiunge alla pensione obbligatoria. È basato in Belgio e può essere alimentato con versamenti da tutti i paesi dell’Unione e dell’area economica europea». I paesi che vi hanno pienamente aderito sono l’Italia e l’Ungheria. E nel corso dell’anno dovrebbero aggiungersi Irlanda, Spagna e Lussemburgo.

Quale sia la platea di riferimento lo spiega Crivelli: «Può aderire chi ha un contratto di dipendenza, così prevede la legge europea. Quindi contratti di tipo subordinato, a tempo determinato, indeterminato o part time».

Un dato più preciso lo dà Filip Hemeryck, Senior consulting actuary di Aon Hewitt la società nominata nel gennaio 2015 dalla Commissione europea per fornire supporto tecnico alla creazione del fondo pensionistico. «Nell’Europa a 28 ci sono circa 1 milione e 800mila ricercatori, di questi 120mila in Italia. A questi bisogna però aggiungere tutti i dipendenti del settore della ricerca non inclusi nel dato. Basti pensare che tutto il personale del mondo della ricerca nel 2015 ha rappresentato l’1,2% della forza lavoro europea».

Il dato, però, si restringe molto se si analizzano i soli ricercatori con contratti a tempo determinato. Giuseppe Montalbano dell'Adi spiega alla Repubblica degli stagisti che «secondo il rapporto Anvur 2016 il numero totale di ricercatori a tempo determinato, quindi sia quelli junior che senior, è di 4.608 nel 2015. Un numero cresciuto nel 2016 grazie al piano di reclutamento straordinario di RTDb (ndr. Senior) arrivando agli attuali 5.508». Montalbano è però convinto che la creazione di un simile fondo e di schemi previdenziali pensati appositamente per i ricercatori in mobilità sia «da accogliere senz’altro con favore».

Questo non significa che non manchino criticità, nel merito e nel metodo. «È stato tutto costruito senza coinvolgere adeguatamente le organizzazioni rappresentative dei ricercatori, come l’associazione europea dei dottorandi e ricercatori in formazione, Eurodoc, di cui Adi è membro e componente del direttivo. Non c’è trasparenza sui meccanismi e sulle scelte di gestione del fondo. E la portata di Resaver appare ancora estremamente limitata», dice Montalbano. Che chiarisce: «L’accesso al fondo integrativo per il ricercatore è vincolato all’iscrizione dell’organizzazione per cui lavora al consorzio Resaver. Ora solo l’Ungheria è full member mentre in Italia gli unici membri sono alcuni centri di ricerca, nemmeno un’università. E poi se un ricercatore non ha un contratto di “employee” non può accedere al fondo pensione ma solo alla insurance».

Per la periodicità dei versamenti Filip Hemerick spiega alla Repubblica degli stagisti che il piano è molto flessibile: «i livelli contributivi e la periodicità sono stabiliti nel regolamento del piano con il datore di lavoro. Volendo, però, parlare di un livello contributivo tipico allora si attesta al 4% del salario».


Ma se i risultati ottenuti sembrano troppo modesti, Crivelli chiarisce la complessità del fondo, che ha avuto bisogno di varie autorizzazioni e della creazione di un set di regole compatibile con le norme nazionali di ogni Paese. «Un lavoraccio: solo per l’Italia ci abbiamo lavorato un anno e mezzo!»

Una volta aderito alla Iorp, le istituzioni «possono ammettere i propri dipendenti ai versamenti», spiega Crivelli, che aggiunge «il fondo non è limitato solo ai ricercatori, ma a tutto il personale della ricerca: tecnici, tecnologi, amministrativi». Per i non dipendenti è prevista la possibilità di aderire a un sistema di terzo pilastro, per iniziare ad accumulare versamenti che una volta dipendenti saranno spostati nelle casse della Iorp. E forse, in futuro, potrebbero iscriversi indipendentemente dall’adesione delle istituzioni.

Nel frattempo Resaver ha ottenuto un recente nuovo finanziamento della Commissione europea di 400mila euro. Una cifra che consente, per ora, l’assenza di spese per i membri fondatori del progetto e per quelli aderenti. Ma Crivelli non esclude che con il tempo ci saranno piccole fee a carico dei lavoratori e delle aziende, come in tutti i fondi integrativi.


Se un ricercatore fosse interessato al piano per prima cosa deve rivolgersi agli uffici del personale
e verificare se il proprio ente abbia aderito. Una “pressione”, quella che i ricercatori potrebbero svolgere in questa fase, molto importante. Perché l’interesse dal basso potrebbe favorire una rapida diffusione del programma.

Il vantaggio è avere una pensione che «può essere alimentata nel corso della carriera muovendosi tra istituti di diversa natura nel proprio Paese e dentro l’Unione europea. Senza Resaver ogni volta che si cambia, con ogni probabilità si perde l’iscrizione al fondo integrativo e, a volte, i versamenti». Un problema molto serio visto che, ricorda Crivelli, oggi si va in pensione con circa il 50% dell’ultimo stipendio. Quindi lo scopo del fondo è di costituire una riserva che integri la pensione pubblica. I fondi saranno accantonati su un conto personale per ciascun aderente. Nel caso dell’Italia il lavoratore conferisce il suo Tfr più una percentuale che va dall’1,5 al 2% e il datore di lavoro una percentuale in misura pari. Non c’è però un dato univoco. Infatti Hemeryck, di Aon Hewitt, spiega che «i contributi annui aumentano con il livello dei salari e i rendimenti degli investimenti dipendono dall’assegnazione degli asset e dalle condizioni di mercato».

Entro la fine dell’anno il consorzio dovrebbe arrivare ad avere sette paesi aderenti.
E in dieci anni coinvolgere tutti e 28. In alcuni casi ci sono dei problemi con la necessità di modificare le singole leggi nazionali. Ma l’interesse per Resaver c’è, anche dagli atenei americani e australiani e dal Regno Unito che pur uscendo dall’Europa rimarrà all’interno del programma.

L’obiettivo ora è far iscrivere le aziende, specie private con cui bisogna «solo fare un discorso con il sindacato interno». Ma rispetto ai normali fondi integrativi cambia poco: solo la possibilità di averne uno solo in tutta Europa.

«Quindi il ricercatore che aderisce a Resaver in Italia finché è lì segue le regole italiane, se poi dovesse spostarsi in Germania i suoi versamenti e rendimenti seguiranno le regole tedesche. Quando avrà maturato il suo diritto alla pensione integrativa, in base alle singole leggi nazionali, la Iorp farà i suoi conti e verserà la pensione secondo le modalità previste dai vari paesi. Il fondo raccoglie i versamenti in base alle regole di ogni Paese in un unico borsellino per ciascun iscritto e investe i soldi come tutti i fondi pensione».


Ora l’importante è far crescere le iscrizioni. Solo quando ci saranno tanti partecipanti il sistema funzionerà a pieno regime. La strada, quindi, è ancora lunga e non mancano le criticità. Ma è un primo passo importante che va in aiuto dei tanti ricercatori abituati a muoversi per lavoro in giro per l’Europa.

Marianna Lepore

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