Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»

Roberto Natale, 48 anni [nella foto], dal dicembre del 2007 è alla guida della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), il sindacato unitario dei giornalisti. La Repubblica degli Stagisti gli ha chiesto di commentare i risultati dell'approfondimento sulla situazione dei praticanti giornalisti italiani.

Presidente, ogni anno circa mille persone sostengono l’esame per diventare giornalisti professionisti: ma soltanto il 10% dei candidati proviene da un contratto di praticantato, e un 20% dalle scuole di giornalismo. La maggior parte dei praticanti sono “d’ufficio”: è accettabile?

No. Con tutto il rispetto per chi arriva dal praticantato d'ufficio, lo squilibrio di questi dati dimostra quanto sia urgente una profonda riforma dell'accesso alla professione. C'è una proposta approvata all'unanimità dal consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti nell'autunno del 2008 che ha avuto la piena condivisione della Fnsi, che mira a introdurre in Italia una sola modalità di accesso alla professione attraverso i percorsi universitari. In questo modo, salvo piccole eccezioni, si andrebbero a cancellare il praticantato in redazione e quello d'ufficio.
In quanti anni dovrebbe diventare operativa questa riforma, se partisse?
Cinque anni per arrivare a regime: un tempo che permetterebbe di sistemare le situazioni pendenti, in modo che tutti coloro che hanno svolto o stanno svolgendo lavoro di fatto giornalistico ottengano, com'è giusto, il riconoscimento del loro diritto ad essere chiamati giornalisti professionisti. Ma bisogna mettere un punto a questa situazione.
Quindi questo conto alla rovescia è partito nell'autunno del 2008?

No. Nel 2008 la proposta è stata varata dall'Ordine, e nei mesi successivi condivisa dalla Fnsi. Ma per ora rimane sulla carta: per diventare operante dev'essere trasformata in legge, quindi c'è bisogno che il Parlamento si pronunci. Dato che le modalità per accedere alla professione giornalistica sono regolate da una legge, la 69/1963, per modificarle c'è bisogno di una norma di pari livello. Però la buona notizia è che la proposta è già diventata la base di una proposta di legge, primo firmatario Pino Pisicchio, che ha appena cominciato il suo iter. Dato che è sostenuta da tanti deputati – perlopiù giornalisti – di tutti gli schieramenti, l'ambizione per poter accelerare i tempi
sarebbe quella che il Parlamento potesse dare la sede legislativa alla Commissione Cultura della Camera, senza bisogno di andare in aula.
Dal futuro torniamo al presente. Che oltre il 70% dei neogiornalisti professionisti arrivi da un praticantato d'ufficio e quindi improprio, "di serie C" come l'ha ribattezzato la Repubblica degli Stagisti, è quantomeno preoccupante. Che fine ha fatto il contratto di praticantato art. 35?

Le aziende editoriali hanno fatto la scelta, economicamente vantaggiosa ma editorialmente e professionalmente devastante, di puntare su una precarizzazione spinta della categoria, di non far entrare quasi più nessuno in redazione, e di estendere a dismisura l'area dei collaboratori cocopro, autori testi, contratti a progetto –  le mille forme che ha assunto lo sfruttamento. Preferiscono avere una manovalanza giornalistica molto numerosa e pochissimo pagata, piuttosto che pagare percorsi di accesso regolare. Noi continuiamo a incalzare gli editori, anche durante la discussione contrattuale abbiamo cercato di coinvolgerli in un tavolo triangolare con noi del sindacato e con l'Ordine, per riformare l'accesso alla professione. Per fare in modo che gli editori si convincano che è anche loro interesse ridurre l'area delle collaborazioni così polverizzate e sfruttate, e investire di più in un accesso regolare alla professione. In cambio siamo disponibili a dare agli editori voce in capitolo sull'organizzazione delle scuole. Il che chiaramente non significa che ciascuno si debba fare la scuola sua: ma ragionare sulle quantità di giornalisti di cui l'editoria italiana ha bisogno.
Ogni anno all'albo "professionisti" dell’Ordine si aggiungono 800-1000 nuovi iscritti: a fronte di questi ingressi vi sono in media 300 professionisti vanno in pensione o sospendono l’attività. Insomma, per ogni posto che (teoricamente) si libera ci sono due o tre new entry che ambiscono a occuparlo. E l'ondata di prepensionamenti non sta migliorando la situazione, perché molte testate hanno bloccato le assunzioni e quindi chi va in pensione non viene rimpiazzato. Si prospetta una progressiva riduzione del numero dei giornalisti in Italia?
Una progressiva riduzione sarebbe più che sensata: il progetto di riforma che punta al canale unico di accesso alla professione dovrebbe essere anche un modo per ridurre il numero di chi diventa giornalista ogni anno. Non ha senso continuare a sfornare una quantità così smisurata di giornalisti in presenza di un mercato del lavoro che ha i problemi che ha: anche da questo punto di vista sarebbe utile fare un ragionamento comune sulle necessità del settore e sulla base di questo tarare i nuovi accessi.
Una testata che non fa un contratto di praticantato, preferendo altri tipi di collaborazione, risparmia molto e agisce in maniera scorretta.  Per ogni praticante d'ufficio in un certo senso c'è una testata che lo ha sfruttato.
E' vero, però non è facile agire, perché in questi casi lo sfruttato ha interesse – almeno temporaneamentead essere sfruttato. Non possiamo quindi intervenire in itinere: se il praticante sta accumulando con tenacia i suoi 18 mesi, con l'obiettivo di arrivare all'esame, non è popolarissimo l'intervento del sindacato che voglia stroncare la sua pratica, andando a interrompere il praticantato.
E se invece che in itinere, si agisse ex post? Non basterebbe che per ogni praticantato d'ufficio venisse data una multa alla testata – o alle testate – che si sono comportate in maniera scorretta?

Nella realtà la situazione è molto vischiosa, perché anche dopo l'esame il giornalista può essere interessato a mantenere un buon rapporto con quella testata, e quindi è il primo a non volere che venga sanzionata. Abbiamo toccato con mano la difficoltà ad intervenire in maniera troppo rigida in situazioni nelle quali spesso sono gli stessi interessati a dire «Perfavore non intervenite», perché hanno la speranza di continuare a lavorare lì. Il sindacato non può agire a prescindere dal volere delle persone che tutela. Per questo il taglio netto che vogliamo dare a questo sistema ha bisogno di una legge.
Una legge che riporti l'accesso al canale unico delle scuole di giornalismo
che però oggi come oggi costano care: da 5mila a 9mila euro all'anno. Per questo che alcuni le criticano, dicendo che così «ci si compra il praticantato». Come si risolve questa situazione?
Incrementando il numero delle borse di studio. I finanziamenti potrebbero essere reperiti negli istituti di categoria, per esempio parte dei fondi dell'Ordine potrebbero essere dirottati lì. Per una scuola di giornalismo si dovrebbe pagare quel che si paga in media nelle università italiane: bisogna riallineare i costi delle scuole di giornalismo a quelli di una normale facoltà universitaria. Uno non può dover essere ricco di famiglia per poter studiare da giornalista!
Delle mille e più persone che ogni anno sostengono l’esame, ne passano più o meno sette su dieci: una percentuale molto alta rispetto a quella dell'esame per diventare commercialista, quattro su dieci, o avvocato, dove solo un candidato su quattro ce la fa. Per non parlare del concorso notarile, superato soltanto da un aspirante su 15. L'esame per diventare giornalista professionista è troppo facile?
Non so fare valutazioni di raffronto con le altre categorie. Negli anni l'attenzione dell'Ordine dei giornalisti verso la formazione dei giovani è cresciuta, e questo è un segnale positivo. Per fortuna si fa sempre meno il riferimento romantico a quando si diventava giornalisti
«sulla strada», ed è stata incrementata l'attenzione al multimediale. Insomma, i giornalisti oggi studiano di più. Non so ancora se studino abbastanza, ma la riforma dell'accesso alla quale pensiamo dovrebbe incidere anche su questo versante, e la direzione di marcia della categoria è quella buona.
In media i giornalisti guadagnano 40mila euro l’anno lordi, cioè 2500 euro netti al mese. Però ci sono quasi 5mila giornalisti che ne guadagnano meno di 14mila, cioè neanche mille euro netti al mese. Con una retribuzione così bassa, il giornalista può riuscire a mantenere la sua indipendenza?
Prima che la sua indipendenza, non riesce a mantenere né la sua famiglia né se stesso! C'è un problema grandissimo di autonomia minacciata, ma è soprattutto minacciata l'ordinaria possibilità di avere una vita economicamente dignitosa. E' ancora troppo presente nel discorso pubblico l'idea sottintesa che il giornalismo sia una professione anche economicamente prestigiosa. Quest'idea non corrisponde più alla realtà, da tanto tempo e per un numero sempre maggiore di persone. Assieme alle ristrettezze economiche, l'altra conseguenza è quella di un'informazione più facilmente ricattabile. L'altro giorno un freelance in un'assemblea qui in Fnsi raccontava:
«Mi danno 3 euro a pezzo: guadagnando così poco, cerco di stare lontano dalle grane». La tentazione può essere quella di mettere da parte i temi giornalisticamente più sensibili, temi delicati, magari legati alla criminalità organizzata o alle inchieste della magistratura, per scansare polemiche politiche e contestazioni. Uno si dice: per tre euro, chi me lo fa fare?
Per svolgere alcune professioni essere iscritti all'albo è obbligatorio. Nessuno, per dire, può andare in udienza se non è avvocato, o operare se non è un medico. I confini per il giornalismo sono più labili: di fatto, sui giornali può scrivere chiunque. Questo è una libertà da difendere o un rischio per la qualità dell'informazione?
E' una libertà da difendere. A noi l'articolo 21 della costituzione piace molto. Garantisce non solo il nostro diritto-dovere di informare, ma più in generale il diritto di ogni cittadino a esprimersi. E non abbiamo un'idea così grettamente corporativa da pensare che possa esprimersi solo chi ha il tesserino da pubblicista o da professionista. Questo non significa che chiunque scrive possa essere equiparato a un giornalista: è importante distinguere tra lo fa occasionalmente, per esprimere il suo punto di vista, e chi scrive perché come professione deve informare gli altri. Ma questo i lettori già lo sanno. C'è infatti un dato confortante: gli studi su come l'informazione viene cercata su Internet, realizzati da Enrico Finzi per l'Ordine dei giornalisti della Lombardia, confermano che la gente cerca informazione sulla Rete andando sui siti riconosciuti e riconoscibili, come quelli dei grandi quotidiani della carta stampata. Internet non è quell'oceano indistinto in cui i navigatori si aggirano smarriti tra miliardi di dati. Certo, però, si può rendere ancora più chiara la distinzione: noi da anni parliamo di una sorta di
«bollino blu» da applicare ai siti di informazione che si registrano come testata giornalistica online, e che sottoscrivono con i propri lettori un patto di correttezza e trasparenza.

Eleonora Voltolina

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