Emergency exit, col crowdfunding ciascuno può contribuire al docu-trip sui giovani italiani in fuga

Da una parte la voglia di capire le ragioni profonde della "fuga" dei giovani dall'Italia. Dall’altra la passione per i documentari e il sogno di una carriera da videomaker e regista. Brunella Filì, classe ’82, ha così deciso di partire per un road trip in giro per l’Europa e realizzare un documentario sulle storie dei nostri connazionali "emigrati": a Vienna, Parigi, Bergen, Londra, Berlino e Tenerife. Il progetto, che si intitola Emergency exit (sottotitolo: «Storie di giovani italiani all’estero») è stato realizzato anche col sistema del crowdfunding, cioè del finanziamento dal basso, e ha già richiamato l’attenzione dei media stranieri (in particolare inglesi: Guardian e Bbc).  Ancora per pochi giorni, fino al 17 marzo, è aperta sul portale indiegogo la raccolta fondi avviata per finanziare il progetto: su questo sito si può vedere un video di presentazione del lavoro e donare una somma, anche piccolissima, per contribuire alla realizzazione e soprattutto alla distribuzione del documentario. Il documentario si focalizza su quella che è ormai una vera e propria emergenza nazionale: in base ai dati Istat, nel 2011 oltre 50mila connazionali hanno spostato la propria residenza in un Paese straniero, superando di gran lunga quelli che sono tornati a vivere in patria (31mila). Più di un quarto di chi parte è laureato. Secondo Eurispes, inoltre, quasi il 60 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni, seguiti a poca distanza dai 25-34enni, si dice disposto oggi a intraprendere un progetto di vita all’estero.

Perché tanti ragazzi vanno via?

Ovviamente la ricerca di un lavoro è il motivo prevalente. Anche in altri Paesi esiste la flessibilità sul lavoro come da noi, ma gli stipendi sono più alti e i contributi sempre pagati. Quello che poi fa la differenza sono gli ammortizzatori sociali: in Norvegia non si pagano le tasse universitarie e si ha diritto a un cospicuo assegno di disoccupazione. In Francia lo Stato sociale è molto forte e aiuta i residenti con sussidi per la casa e copertura totale delle spese sanitarie. In Inghilterra, se diventi mamma, lo Stato ti offre un alto sussidio per tuo figlio, che così non è un ostacolo per la carriera. Nel Regno Unito, inoltre, gli stage sono realmente formativi e sono una via reale di accesso al mondo del lavoro, almeno per chi riesce a dimostrare le proprie capacità. Un’archeologa italiana che ho intervistato, Patrizia, e una sua amica hanno fatto uno stage di 2 mesi al Museum of London e poi sono state assunte. Come loro, tanti altri.
Chi sono i giovani italiani raccontati nel documentario?
Alcuni sono miei amici, come Anna di Vienna e Nicola di Tenerife. Altri li ho conosciuti in varie circostanze. Sono tutti laureati tra i 25 e i 40 anni, anche se alcuni hanno scelto un lavoro che non ha nulla a che vedere con i loro studi. Marco per esempio si è messo a vendere il pesce in un mercato norvegese, a Bergen. È stato il primo lavoro che ha trovato, sfruttando la sua conoscenza delle lingue. Guadagna 5mila euro al mese e nel tempo libero si dedica alla sua passione, la creazione di fumetti. Lavora per quattro mesi ogni anno e quando non lavora percepisce l’assegno di disoccupazione.   Nel documentario, oltre ai ragazzi, ho intervistato anche personaggi autorevoli della cultura sul tema della nuova emigrazione: tra questi il sociologo Franco Ferrarotti, il giornalista Bill Emmott, Gianni Minà, Daniele Silvestri  e Claudia Cucchiarato,  autrice di “Vivo altrove”.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti». Questa frase di Cesare Pavese rappresenta bene il progetto?
Sì, perché spiega l’amore che non si può cancellare per il proprio Paese, nonostante la felicità di trovarti altrove. Resta sempre un velo di tristezza e un lieve senso di colpa per il fatto di non poter tornare. E’ un sentimento comune tra le persone che ho intervistato. Andare a vivere all’estero è una scelta importante perché ha in sé tanti aspetti positivi di crescita umana e lavorativa, ma sarebbe bello che si potesse scegliere di vivere all’estero. Invece la triste verità è che la nostra Italia non offre le stesse opportunità degli altri Paesi. 
Dal punto di vista emotivo, come descriverebbe lo stato d’animo di un giovane 30enne italiano in Italia e quello di un suo coetaneo all’estero?
Credo che in Italia prevalgano due sentimenti:  il primo è la rabbia di chi si impegna ma non vede riconosciuto questo suo impegno; il secondo è un senso di frustrazione, che spesso porta alla perdita di fiducia in se stessi. Io conosco anche ragazzi che sono stati in analisi perché non avevano un lavoro, vivevano a casa dei genitori a trent'anni e sono finiti in depressione. Appena si esce dall’Italia, almeno per quello che mi hanno raccontato, si rasserena un po’ tutto, le cose iniziano a ripartire, si riacquista autonomia e autostima,  si iniziano ad avere piccole conferme, per esempio delle proprie capacità nei colloqui di lavoro.
Cosa manca dell’Italia ai giovani emigrati?
Quasi a tutti dell’Italia manca la vita sociale e il calore delle persone. I Paesi in cui si trovano funzionano bene, ma a volte sono carenti dal punto di vista dei rapporti umani autentici. In più c’è da dire che stare fuori risveglia l’attaccamento all’Italia. Il giorno delle elezioni politiche ero a Londra per l’ultima tappa del mio documentario e ho seguito i risultati elettorali con un gruppetto di italiani. C’è stato un silenzio surreale, un crollo psicologico quando sono stati ufficializzati i risultati. Sembrava che non ci fosse più speranza.  Una ragazza era quasi in lacrime perché sperava di  tornare in Italia ma, per come si sono messi i risultati, le è sembrato impossibile che le cose riuscissero davvero a cambiare. Ha persino ripreso a fumare! Al momento questo è lo stato d’animo, ma c’è un forte amore per l’Italia e voglia di tornare.
Perché ha scelto di finanziare il documentario con il crowdfunding?
Questo sistema consente a chi ha un’idea da realizzare e un budget limitato di presentare il proprio progetto online. Il pubblico può leggerlo o può vedere, come nel mio caso, un video di presentazione. Se lo reputa interessante, può decidere di finanziarlo.  Ogni finanziatore alla fine riceve in cambio l’opera completa o contenuti integrativi, a seconda della cifra versata per la realizzazione del progetto, ma molta gente ha contribuito senza volere nulla in cambio. Indiegogo.com, il sito che ho scelto di utilizzare, è una piattaforma internazionale: negli Stati Uniti quasi tutti i documentari sono fatti col crowdfunding e sta nascendo una legislazione intorno a questo sistema. In Italia è ancora una novità, ma c’è da dire che il panorama dei finanziamenti pubblici e privati ai documentari non è per niente florido: proprio per questo abbiamo pensato di ricorrere a un sistema di finanziamento dal basso, col vantaggio ulteriore di rimanere indipendenti, senza dover aspettare per anni un produttore che voglia credere in te.
Quando e dove sarà distribuito il documentario?
Dopo un anno di riprese, stiamo per iniziare il montaggio finale, che durerà circa un mese. Proveremo a distribuire il lavoro nei festival di documentari di tutto il mondo, ovviamente se sarà selezionato. Poi speriamo di distribuirlo in televisione. Proprio pochi giorni fa, inoltre, una produttrice americana ci ha manifestato il suo interesse. Il progetto Emergency exit inoltre ha vinto il bando Principi Attivi della Regione Puglia: questo ci consentirà di ricevere fondi per continuare a realizzarlo sotto forma di serie web, creando un portale con brevi storie di italiani da ogni città in giro per il mondo.
Cosa le ha lasciato quest’esperienza?
Un  grande arricchimento a livello umano perché sono entrata in contatto e ho fatto amicizia con ragazzi davvero in gamba. E’ incredibile che l’Italia non sia capace di trovare uno spazio per loro.
In definitiva, cosa perde l’Italia costringendo tutti questi ragazzi ad emigrare?
C’è una perdita culturale perché vanno via i ragazzi più dinamici, con più qualità, e poi c’è una perdita economica perché l’Italia ha investito molto sulla loro formazione per poi regalarli ad altri Paesi, che sono anche i concorrenti sul mercato. Mi arrivano lettere da tanti giovani che vogliono farsi sentire e raccontare la loro storia: mi riempie di gioia il fatto che il mio progetto sia un veicolo per dare voce a questi ragazzi. Soprattutto per questo spero che il documentario abbia successo: per far sentire a più gente possibile le loro ragioni, per rompere il silenzio sulla generazione dimenticata.

Antonio Siragusa

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