Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»

La Repubblica degli Stagisti ha chiesto al ministro della Gioventù Giorgia Meloni di illustrare alcuni aspetti dell’iniziativa del Fondo Mecenati: in particolare, da dove arrivano i finanziamenti, che tipo di progetti il ministero intende promuovere e come si fa a favorire l’accesso dei giovani al sistema creditizio. Trentaquattro anni, giornalista professionista, Giorgia Meloni dopo una lunga militanza nel Fronte della gioventù e in Alleanza Nazionale è stata deputata e vicepresidente della Camera. Tre anni fa è diventata ministro del governo Berlusconi - il più giovane della storia della Repubblica. 

Ministro Meloni, quando e come nasce l'idea del Fondo Mecenati?

Il Fondo fa parte di un pacchetto di iniziative più ampio, denominato «Diritto al Futuro», pensato per rispondere alle principali necessità dei giovani italiani: casa, lavoro, formazione. In particolare, nasce per sostenere il lavoro autonomo favorendo la nascita di nuove imprese, lo spin-off universitario e i giovani professionisti emergenti nel campo della cultura e dell’arte.
Chi sono i «mecenati»?
I «mecenati» che cerchiamo sono realtà di grande rilievo e di comprovata solidità, anche in termini di fatturato, come ad esempio grandi aziende o fondazioni bancarie, che abbiano quindi la possibilità concreta di investire sui giovani talenti in cerca dell’opportunità per emergere.
Perché solo loro, e non direttamente i giovani, possono fare domanda per partecipare e ottenere i finanziamenti?
Al di là dell’effetto moltiplicatore che deriva dal meccanismo di cofinanziamento dei privati, è un’altra la considerazione che ha motivato questa scelta: tutte le misure del pacchetto hanno come obiettivo quello di sbloccare meccanismi che possano in futuro funzionare anche senza l’intervento pubblico. In questo caso particolare, la misura è un incentivo rivolto ai «mecenati» a credere e investire nell’eccellenza giovanile non solo per spirito filantropico, ma anche per le straordinarie opportunità di crescita che un investimento del genere è in grado di offrire. In tutte le realtà occidentali è una pratica molto diffusa che le grandi aziende investano ad esempio quote di capitale in start-up promettenti per poi farne società collegate. In Italia, invece, questo sistema in grado di favorire la nascita di nuove imprese è ancora poco presente.  
Esiste un identikit dei progetti che pensate di finanziare?
Siamo stati estremamente rigidi nello stilare i requisiti che per decreto sono necessari all’ammissibilità del progetto. Le iniziative finanziabili sono solo quelle che si trasformano immediatamente in impresa, nell’emersione di un nuovo talento artistico, o in uno spin-off universitario. Non finanzieremo né le spese di funzionamento del progetto né eventuali passaggi intermedi o «propedeutici» all’obiettivo. Partendo da questi principi fondamentali, la gamma dei progetti presentabili è molto vasta: dall'eco-innovazione all'innovazione tecnologica; dal recupero delle arti e dei mestieri tradizionali alla responsabilità sociale d'impresa, alla promozione dell'identità italiana ed europea. Tra gli obiettivi da segnalare, la promozione dello sviluppo dell'innovazione tecnologica, anche al fine di valorizzare i risultati della ricerca scientifica, favorendo l'acquisizione, e l'utilizzo di brevetti e il trasferimento tecnologico. Su quest’ultimo punto in particolare c’è una piccola considerazione da fare: dal 2008 oggi su circa 104mila brevetti presentati dalle università, meno di 700 si sono trasformati in attività economiche. Anche considerando che magari non tutti questi brevetti avessero le potenzialità per farcela, è evidente che ci siamo persi per strada un numero impressionante di buone occasioni per creare impresa.
Sull'avviso sono elencati i requisiti principali dei progetti, ma la valutazione successiva è fatta dai privati. Lo Stato fa, quindi, un passo indietro nella scelta «qualitativa», lasciando carta bianca ai «mecenati»...
Lasciamo che sia il «mecenate» a scegliere perché partiamo dall’assunto che se il privato rischia il 60% dell’investimento sarà lui a fare in modo che il progetto si realizzi nel miglior modo possibile. Ma il privato non ha affatto «carta bianca»: il nostro controllo su ogni fase del progetto resta infatti strettissimo.
Da dove provengono i fondi? Sono sufficienti?
La dotazione iniziale stanziata dal ministero della Gioventù è di 40 milioni di euro, e grazie al cofinanziamento dei privati saranno investiti in totale 100 milioni sul talento giovanile. È uno stanziamento importante, che non deve però essere visto come fine a se stesso: l’obiettivo resta quello di innescare un volano di emulazione positiva tra i grandi soggetti privati nazionali che, sensibilizzati sulle straordinarie potenzialità dei giovani italiani, tornino a puntare su di loro con convinzione. Vogliamo far passare il messaggio che scommettere sul talento giovanile italiano significa fare l’investimento più redditizio e più sicuro di tutti. Ci auguriamo anzi di tutto cuore di esaurire al più presto il fondo: sarebbe un segnale in controtendenza rispetto alla scarsa diffusione della cultura del mecenatismo in Italia. Il segnale che ci aspettiamo di riscuotere.
Come fa il ministero a controllare che siano indirizzati effettivamente al finanziamento del progetto?

Come indicato nel decreto, il dipartimento della Gioventù finanzia il progetto a mano a mano che le spese vengono sostenute dal soggetto cofinanziatore, unicamente a fronte di giustificativi di spesa.
Quali sono oggi i principali ostacoli allo sviluppo dell'imprenditoria giovanile?
In primis la difficoltà di accesso al credito e l’eccessiva diffidenza da parte dei potenziali investitori. Esiste poi il problema di una burocrazia talmente elefantiaca da rischiare di soffocare sul nascere anche le idee imprenditoriali con le carte in regola per raggiungere il successo.
Cosa deve cambiare e come si fa a convincere il sistema creditizio a concedere prestiti e finanziamenti ai giovani?
È innegabile che alla base occorra un netto cambio di mentalità, che ci avvicini alle altre realtà europee, o a quella americana, dove fare impresa non è certo una prerogativa per «figli d’arte», come invece accade in Italia. E occorre anche, dall’altra parte, educare le nuove generazioni al fare impresa. Ci stiamo muovendo su entrambi i fronti, mettendo in campo progetti volti alla promozione della cultura d’impresa, in collaborazione con il mondo universitario, sottoscrivendo protocolli d’intesa con gli ordini professionali, per offrire supporto ai giovani che si apprestano ad iniziare un cammino professionale. Va citato, poi, anche il portale dell’imprenditoria giovanile, www.giovaneimpresa.it, con tutte le informazioni necessarie per avviare un’impresa, come leggi e normative, modalità di accesso a bandi e agevolazioni. Nella recente manovra è stato, infine, inserito c’è il cosiddetto «forfettino». Si tratta di una tassa forfettaria del 5% per 5 anni per coloro che, invece di scegliere la strada del lavoro subordinato, decidono di aprire una nuova attività. Un regime fiscale di assoluto vantaggio che non ha eguali in Europa, e che per i giovani under 35 viene applicato fino al compimento del trentacinquesimo anno: questo significa che se, ad esempio, un giovane di vent'anni avvia un'attività in proprio può godere dei benefici di questa tassazione forfettaria per i successivi quindici anni.
Vi siete ispirati a esperienze di altri Paesi per dare vita al Fondo?

No, più che altro abbiamo constatato una carenza nella realtà italiana, di cui si è già parlato: quella di saper investire sulle nuove idee e sui nuovi progetti. Negli Stati Uniti, ad esempio, è ormai considerata una forma di investimento redditizio, nonché una tra le più sicure, quella di puntare sulle start up. Vogliamo che accada lo stesso anche in Italia, perché siamo convinti che quello che manca non siano certo le potenzialità o il fattore umano, ma il coraggio di scommettere sul proprio futuro e su quello della propria nazione.

Chiara Del Priore

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